I protagonisti di 50 anni vissuti pericolosamente

Secondo un vecchio adagio, la storia non si ripete, ma spesso opera in rima. A mezzo secolo dal 1975, si può sostenere che la massima contiene qualcosa di vero: gli ultimi 50 anni hanno infatti visto trasformazioni talmente radicali da superare qualsiasi romanzo di fantascienza, ma, al tempo stesso, troviamo alcuni elementi stranamente familiari. I cambiamenti tecnologici, economici e sociali sono stati ovviamente immani. Al riguardo, forse un aneddoto può aiutare a rendere l’idea di quanto stiamo affermando: è stato di recente chiesto a Claude Sonnet, uno dei più usati modelli di intelligenza artificiale, di immaginare come esperimento mentale di trasportare indietro di 50 anni un moderno smartphone e darlo, senza spiegazione alcuna, ad alcuni ingegneri delle telecomunicazioni dell’epoca. La risposta ricevuta, fra le altre cose, sottolineava due punti interessanti: da un lato probabilmente anche professionisti molto preparati della metà degli anni ‘70 avrebbero fatto fatica a capire di che cosa si trattasse. Dall’altro, qualora avessero compreso la natura dell’oggetto, verosimilmente avrebbero pensato che fosse un manufatto prodotto da una civiltà aliena.

Parliamo, infatti, di una fase storica in cui anche negli Stati Uniti, all’epoca incontrastata centrale del sistema capitalistico, la vita quotidiana era radicalmente diversa rispetto a quanto è attualmente comune. Il panorama mass-mediatico era dominato da poche e autorevoli fonti, tra le quali solo tre canali Tv nazionali; la classe media disponeva di un apparecchio telefonico per abitazione (di solito appeso a un muro) e circa metà della popolazione non era mai salita in aereo. A proposito del comparto dell’aviazione civile, vale la pena ricordare che il traffico aereo internazionale era regolato da accordi bilaterali fra paesi. Questi ultimi stabilivano quali compagnie potevano operare, su quali tratte, con quanti voli e a quali prezzi. In generale, l’intera economia globale si basava su un’intelaiatura di regole sovranazionali rigide e volte a mantenere il faticoso ordine costruito dopo la Seconda guerra mondiale.

Tutto ciò aveva senso in un sistema in cui il panorama dei consumi di massa in Occidente (Usa inclusi) era molto più limitato e austero, mentre era di fatto inesistente al di fuori di questo blocco. In Asia, ad esempio, solo il Giappone aveva raggiunto lo status di paese industrializzato. Al tempo stesso, alcuni sviluppi di quello che è stato definito il decennio del malessere (e da noi gli “anni di piombo”) si configurano come sorprendentemente simili al panorama che oggi conosciamo. All’epoca, infatti, il sistema industriale si trovò ad affrontare la sua prima vera ristrutturazione dal dopoguerra.

Plus ça change, plus c’est la même chose

Essenzialmente il fenomeno era stato causato dalla saturazione di determinati settori, dalle continue richieste salariali e dallo shock esogeno determinato dalla crisi petrolifera del 1973, cui fece seguito un’altra a fine decennio. L’ascesa dell’Opec per la prima volta portò alla ribalta il potere finanziario di nazioni molto distanti culturalmente da Europa e Nord-America. Contemporaneamente, si faceva strada l’Islam politico che rappresenta a tutt’oggi una variabile cruciale per il Medio Oriente e non solo. La miscela di questi fattori generò annosi problemi di stagflazione, in cui una forte spinta sul costo della vita (nel 1975 l’indice dei prezzi al consumo americano segnò +9,1%) si accompagnava a una crescita modesta. A sua volta una simile crisi strutturale andava ad alimentare rilevanti tensioni sociali, soprattutto da parte delle fasce giovanili della popolazione: infatti, gli orizzonti di vita di questi ragazzi erano lontanissimi da quanto appariva comune negli anni dei vari miracoli economici occidentali del periodo dei cosiddetti 30 gloriosi, cioè l’era 1945-1975. Anche in questo caso, possiamo trovare diversi parallelismi con la profonda disillusione che caratterizza la Generazione Z.

Questa spirale, peraltro, era stata prevista e descritta con precisione a fine anni ‘60 da un economista destinato a diventare un simbolo dell’ideologia radicalmente diversa che si affermò nella fase immediatamente successiva: Milton Friedman. Il riferimento a quest’ultimo aiuta a comprendere che in nuce si stava formando una rivoluzione tecnologica, economica, politica e finanche filosofica opposta al mainstream del 1975 e destinata a dominare il mondo fino alla Grande crisi finanziaria del 2008. Questo cambiamento fu uno tsunami che nel 1989 distrusse il mondo comunista, mezzo secolo fa ancora all’apparenza vitale, ma strutturalmente incapace di reggere l’impatto di un capitalismo che stava mettendo il piede sulla tavoletta. Un acceleratore costituito da un connubio di maggiore produttività, innovazione tecnologica, voglia di deregulation e, conseguentemente, di edonismo e consumismo.

Tanto per fare un esempio pratico, proprio nel 1975 due giovani di nome Paul Allen e Bill Gates fondarono un’azienda informatica chiamata Microsoft. L’anno dopo, Steve Jobs e Steve Wozniak, avviarono Apple. Due colossi tecnologici e finanziari, tuttora dominanti, che avrebbero fornito un contributo fondamentale alla digitalizzazione del pianeta. In particolare, il loro approccio si fondava da una parte sul concentrarsi sui servizi immateriali (il software) e dall’altro sul trasformare in beni di consumo leggeri e accessibili, ma anche eleganti, un oggetto fino a quel momento pressoché sconosciuto alle masse, ossia il computer.

In entrambi i casi, si manifestava un salto radicale, rispetto al vecchio modello manifatturiero della rivoluzione industriale e del periodo post-bellico, verso un paradigma caratterizzato da servizi avanzati e ciò che oggi si chiama capitalismo delle esperienze.

Parte negli anni ‘80 il polo asiatico

L’Occidente, dunque, si stava preparando al grande salto degli anni ‘80, poi esplicitato a livello politico da Margaret Thatcher in Gran Bretagna e Ronald Reagan negli Stati Uniti. Già allora, peraltro, cominciò a manifestarsi in maniera chiara un certo affanno dell’Europa, coinvolta in pieno nell’ondata di liberalizzazione e di cambiamento degli stili di vita, ma spesso in ritardo e riluttante. La voglia di rilancio da parte delle economie ad alto reddito, ormai in pieno invecchiamento demografico, nella stessa epoca portò all’accelerazione di un fenomeno che aveva iniziato a manifestarsi già subito dopo la fine del secondo conflitto mondiale: l’ascesa dell’Asia orientale come grande polo manifatturiero e poi tecnologico. In questo senso gli anni ‘80 dell’Estremo Oriente furono segnati da due grandi scosse telluriche. La prima fu il compimento del processo di sviluppo del Giappone, che, all’epoca, si poneva come un serio contendente al dominio statunitense, grazie a un’economia sì caratterizzata da sofisticati consumi, alla base dei quali, però, si ergeva un possente comparto industriale tecnologicamente ultra-avanzato. Se a dominare l’immaginario statunitense 40 anni fa erano i grandi manager e i finanzieri d’assalto, il Sol Levante trovò in Akio Morita, co-fondatore della Sony e straordinaria figura di scienziato imprenditore, il volto più iconico del proprio successo.

Contemporaneamente, nel 1978 Deng Xiaoping diventava de facto leader della Repubblica Popolare Cinese. Sotto la sua guida il Paese, all’epoca poverissimo e al di fuori delle infrastrutture produttive globali, avviò una serie di riforme verso l’economia di mercato, culminate con l’adesione all’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) nel 2001. La Cina, in pratica, avviò all’epoca su una scala gigantesca il percorso di sviluppo visto in molte altre “Tigri asiatiche”: fornire inizialmente a basso costo prodotti semplici alle nazioni ad alto reddito, ormai poco inclini al lavoro pesante, e reinvestire i profitti in progetti tesi ad aumentare il valore aggiunto delle produzioni locali. Questo modello poggia tuttora su una rigida disciplina sociale e su un sistema scolastico incentrato sulle scienze, pilastri entrambi esaltati in maniera quasi ossessiva nella Cina di Xi Jinping. Peraltro, l’abbandono del socialismo reale con un decennio di anticipo rispetto all’Europa dell’Est probabilmente fornì un vantaggio decisivo al Dragone, che evitò così la transizione disastrosa che caratterizzò invece la Russia degli anni ‘90. Il risultato è che decenni dopo si ripropone su una scala gigantesca il confronto fra Stati Uniti e Asia, questa volta incarnata dalla nazione demograficamente e tradizionalmente più potente, ormai diventata, al pari del Giappone dell’era Reagan, un creatore di tecnologie ai limiti del futurismo.

L’irruzione di internet

Per arrivare alla versione attuale di uno scontro che si configura come un conflitto, sia commerciale, sia di valori, bisogna però analizzare quanto è accaduto negli anni ‘90 e nei primi anni 2000. Quella fase fu simbolicamente inaugurata dal crollo del Muro di Berlino a fine 1989, che de facto calò il sipario sul comunismo, cui si accompagnò, però, una pesante recessione nelle economie capitaliste. Quel periodo di contrazione può essere letto come un frutto degli eccessi degli anni ‘80, che probabilmente (fra le altre cose) dalle nostre parti diede un impulso non secondario a Tangentopoli. I primi anni ‘90, perciò, possono essere interpretati come una sorta di mini-ritorno agli anni ‘70, caratterizzato peraltro da fenomeni sociali interessanti come l’esplosione della musica Grunge. Quest’ultima, rappresentata nell’immaginario popolare dalla tragica figura di Kurt Cobain, si distingueva per sonorità cupe e minimaliste, in aperta opposizione alle canzoni artificiali e sofisticate della decade appena conclusa.

Il pendolo però ricominciò a girare nella direzione dell’ottimismo nei confronti del sistema già intorno alla metà dei ‘90: in quegli anni apparve chiaro che l’America era in piena ripresa, grazie all’adozione rapida di nuove tecnologie che avevano innescato un duplice circolo virtuoso di continua creazione di nuovi servizi e di maggiore efficienza nella gestione aziendale. Tutto ciò per un breve periodo spinse gli Usa a un livello di potere relativo e prestigio come non si vedeva dagli anni ‘50. L’Urss era infatti crollata, il Giappone era entrato in una crisi che appariva sempre più strutturale e la Cina era ancora troppo arretrata per costituire un serio competitor. Allo stesso tempo, l’Europa compiva sì importanti riforme (basti pensare al varo del mercato unico nel 1993 e al lancio dell’euro nel 1999), continuando però a perseguire un modello fatto di elevata tassazione e pesante regolamentazione. Tale fase di ottimismo assunse anche contorni politici abbastanza precisi: la cosiddetta “Terza via”. Era un modello di centro-sinistra che riconosceva pienamente il ruolo cruciale dell’economia di mercato, abbracciandone anche gli aspetti più liberisti, tentando di smussarne però la brutalità. Un approccio che generò ancora una volta, con Bill Clinton e Tony Blair, in Usa e nel Regno Unito, i propri uomini politici più importanti.

Il picco dell’entusiasmo per quella che fu, infelicemente, descritta come fine della storia da parte del filosofo americano Francis Fukuyama, si raggiunse con la prima esplosione di internet. Su questo fenomeno è stato scritto tantissimo, ma vale la pena riportare alcune considerazioni tuttora pertinenti per quanto riguarda l’attualità. Innanzitutto, si trattò di una delle tante occasioni europee mancate, visto che una delle tecnologie più dirompenti della rete (il World Wide Web) fu messa a punto da uno scienziato informatico britannico, Tim Berners-Lee, al Cern di Ginevra. Inoltre, nei primi anni si riteneva che la sua diffusione sarebbe rimasta a lungo un appannaggio quasi esclusivo dell’Occidente, con l’America in posizione di incontestato leader. Una simile pia illusione si è riproposta di recente con il decollo dell’Ai fino al cosiddetto momento DeepSeek a inizio 2025. In realtà, la digitalizzazione di qualsiasi attività umana si è rivelata uno strumento decisivo per rendere orizzontale la Terra e coinvolgere nella globalizzazione una moltitudine di paesi, rimasti fino a quel momento ai margini della modernità. Probabilmente l’entrata della Cina nel Wto, che innescò la più rapida e ciclopica industrializzazione di sempre, non avrebbe avuto lo stesso effetto deflagrante senza il contemporaneo decollo di internet.

L’era dell’indebitamento senza freni

A partire poi dagli anni 2000 del nuovo secolo, dopo lo scoppio della bolla delle dot-com, apparve sempre più evidente un elemento destinato a diventare centrale fino a oggi: l’esplosione del debito, sia pubblico, sia privato, un po’ dappertutto. Deindustrializzazione, delocalizzazioni, digitalizzazione, continua ricerca di maggiori margini di profitto: in pratica a partire dagli anni ‘70 le varie trasformazioni tecnologiche e sociali sono state accompagnate dalla necessità di espandere l’indebitamento allo scopo di sostenere la domanda delle famiglie, che a livello di classe media, hanno cominciato a sentire sistematicamente il peso di forze che ne comprimevano i redditi reali. Ciò si è manifestato talora sotto forma di eccessi di spesa pubblica, come in Italia e in Francia, e in altre occasioni con un uso eccessivo della leva da parte dei privati. Un caso da manuale è costituito dalla gigantesca bolla immobiliare (americana e non solo) scoppiata nel 2008.

Il risultato, però è che, nonostante le varie salse adottate, la ricetta ha portato a un costante aumento del rapporto debito/Pil a livello mondiale. Un fenomeno reso possibile da decenni di inflazione relativamente stabile che ha generato una tendenza di lungo periodo all’abbassamento dei tassi di interesse. Forse il rappresentante più celebre di questa illusione incentrata sulla visione di un mondo in costante crescita moderata, sempre meno regolamentato e privo di spinte rilevanti sul costo della vita, è stato Alan Greenspan. A lungo, questo uomo, che è stato il presidente della Federal Reserve dal 1987 al 2006, ha sfiorato il territorio del culto, fino, per l’appunto, al disastro della Grande crisi finanziaria. Il banchiere centrale chiamato, senza ironia, “Maestro”, a un certo punto è diventato il simbolo di un sistema completamente deficitario sul lato del controllo del rischio e, verrebbe da aggiungere, del buon senso in generale. Una macchina che poteva continuare a correre solo incrementando continuamente la leva.

Il ritorno della storia

Anche sulle conseguenze del disastro di ormai quasi due decadi fa è stata prodotta una miriade di letteratura e anche in questo caso occorre tentare di portare all’attenzione alcuni dei fattori più dirompenti del paradigma che è emerso successivamente. Innanzitutto, va detto che nel post-2008 il cosiddetto Washington consensus, la convinzione che liberismo economico e democrazia fossero un destino inevitabile (la fine della storia, cui abbiamo accennato), è de facto deceduto. Gli anni ’10 infatti hanno visto confluire vari elementi di tensione e di rottura che uniscono insieme suggestioni, sia degli anni ‘80, sia dei ‘70. Innanzitutto, è tornata in maniera virulenta la lotta politica, persino in una società fortemente orientata al business come quella Usa, che, non a caso, ha prodotto due presidenti come Barack Obama e Donald Trump. Contemporaneamente si è riaffacciata sulla scena una competizione geopolitica che per intensità e brutalità ricorda il diciannovesimo secolo. Peraltro, probabilmente gli scompensi generati dallo scoppio della pandemia di Covid nel 2020 non hanno contribuito a calmare gli animi.

Inoltre, il vero decollo dell’economia della rete, avvenuto con la diffusione degli smartphone, ha spinto sull’acceleratore il processo di concentrazione della ricchezza. Magnati come Mark Zuckerberg, Jeff Bezos, Jack Ma e altri in relativamente pochi anni hanno trasformato il nostro modo di usufruire di contenuti, comprare e socializzare, accumulando nel frattempo ricchezze di gran lunga superiori al patrimonio di intere dinastie storiche di banchieri e industriali, tanto da creare una sorta di empireo dentro l’empireo dei miliardari. Un ristrettissimo club che, ancora una volta, vede l’Europa come un attore marginale. L’avvio dell’era dell’intelligenza artificiale probabilmente non farà altro che intensificare la corsa verso il consolidamento di oligopoli, statunitensi e cinesi, dell’economia del futuro.

In parallelo, è tornata a farsi sentire in maniera prepotente la mano delle istituzioni pubbliche, sotto forma di politiche monetarie e fiscali mai viste in precedenza. La qualifica di banchiere centrale per eccellenza è passata da Greenspan a Mario Draghi, con il suo “Whatever It takes”. In pratica una crisi costruita, giorno dopo giorno, in 30 anni di accumulo di troppo debito è stata tamponata aggiungendo ulteriori palate di debito. Un quadro ricco di promesse e opportunità, ma anche di problemi di non facile risoluzione, a partire dal malcontento di ampi strati della popolazione mondiale. La marea montante di rabbia e la voglia di innovazione si riallacciano a quanto è stato affermato in apertura: un coacervo contraddittorio che esiste da oltre mezzo secolo e che le autorità in qualche maniera tentano di governare.  Grande è la confusione sotto il cielo e, quindi, la situazione è eccellente.

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Responsabile Ufficio Studi Fondi&Sicav

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