Premio Strega, da generazioni un fiore all’occhiello

Il Premio Strega è il più importante premio letterario italiano. Nacque il 17 febbraio 1947, su ispirazione di Maria Bellonci e Guido Alberti, che gli diede il nome del liquore prodotto dall’azienda di famiglia. Assegnato a un autore o autrice che abbia pubblicato un libro di narrativa in Italia tra il primo aprile dell’anno precedente e il 31 marzo dell’anno in corso, è un riconoscimento prestigioso che ha raccolto intorno a sé i nomi più importante della letteratura italiana. Be Private ne discute con Giuseppe D’Avino, presidente di Strega Alberti Benevento S.p.A.

Lei è a capo di un’azienda di famiglia di lunga data, che ha dato il suo nome al premio letterario più importante del nostro Paese. Ci racconta come tutto ciò è nato?

«La nostra azienda è nata oltre 160 anni fa e siamo ormai alla sesta generazione. Nel 1860, anno della spedizione dei Mille e dell’annessione di Benevento (tuttora sede dell’azienda) al neonato Regno d’Italia, l’economia locale acquisì un nuovo slancio. Fu questo il contesto in cui Giuseppe Alberti creò il liquore Strega, la cui fama si diffuse presto in tutto il mondo. La produzione del liquore evocava l’antica leggenda che pone la città di Benevento come antica sede dei riti delle streghe. Si afferma, infatti, che le queste, provenienti da tutto il mondo, si riunivano di notte intorno a una noce magica e che avevano creato una pozione che univa per sempre le coppie che la bevevano. Erano gli anni dell’Unità d’Italia e forti erano le aspirazioni che animavano la nascita del nuovo stato. Il mio antenato fu un imprenditore intraprendente e lungimirante, che capì subito l’importanza di trovarsi vicino a una stazione ferroviaria, per fare arrivare il prodotto in tutto il Paese.  Dal 1920 al 1922, l’azienda passò dai figli ai nipoti di Giuseppe Alberti, che continuarono a espandere l’attività di famiglia anche all’estero. La seconda guerra mondiale ci colpì duramente, ma alla fine del conflitto fu subito avviata la ricostruzione e con essa riprese la produzione. Ed è allora, nel 1947, che nacque il premio Strega, per iniziativa di Goffredo e Maria Bellonci e Guido Alberti, direi in maniera molto informale. Fu infatti il risultato di un rapporto amicale che nostro cugino aveva con Maria Bellonci e suo marito e del loro legame con un salotto culturale chiamato gli “Amici della domenica”,  da cui scaturì l’iniziativa e che, per motivi economici, vide anche l’intervento dell’azienda Strega Alberti».

Una sponsorizzazione ante litteram?

«Non proprio nell’accezione attuale del termine, perché la famiglia Alberti faceva parte di questo circolo, peraltro fatto da amici, ed era attiva al suo interno. Si trattò di un’iniziativa un po’ informale a suggello della quale fu posto questo patto di finanziamento del premio. Le cose continuarono così sino a quando gli ispiratori furono in vita, cioè sino alla prima metà degli anni ‘90. Fu allora che, all’interno dell’organizzazione del premio Strega, si assistette alla prima successione».

Nella sua azienda, avete conosciuto diversi passaggi generazionali, ma come è stato possibile fare sì che ciò accadesse anche per il premio letterario?

«La scomparsa dei fondatori e dello spirito che aveva animato il premio poneva il problema di come renderne possibile la continuità. La soluzione trovata fu l’ingresso di una fondazione, che subentrò a Goffredo e Maria Bellonci, e dell’azienda Strega Alberti, che prese il posto di Guido Alberti. Questi due nuovi soggetti trovarono un accordo e stesero un regolamento, che vige tuttora, utilizzando un modello molto simile a quello che può essere impiegato all’interno di un’azienda,  che ha permesso al premio Strega di continuare a vivere negli anni. In pratica, si è costituito un comitato direttivo paritetico, composto da quattro membri, due della Fondazione e due della ditta Alberti, che hanno il compito di portare avanti l’iniziativa e decidere tutte le modifiche statutarie e i regolamenti che regolano la vita del premio. A esso furono affiancati altri organi, come il comitato scientifico, incaricato di selezionare le opere e tenere i rapporti con gli scrittori».

In pratica è stato mutuato un passaggio generazionale aziendale all’interno dell’organizzazione del premio.

«Di fatto sì. Noi, come azienda, abbiamo due rappresentanti nel comitato direttivo che scegliamo al nostro interno; attualmente sono io e il precedente presidente, Alberto Foschini. Per la  Fondazione Bellonci i due membri sono Giovanni Solimine e Stefano Petrocchi. In pratica, se volessimo mutuare ancora lo stesso parallelo, la trasformazione del comitato direttivo è paragonabile al passaggio da una società di persone a una di capitali. In sintesi si è data una struttura a una situazione che per molti anni si era basata su un rapporto amicale e personale, non più sostenibile nel tempo. Da allora sono passati trent’anni e il tempo ci ha dato ragione delle scelte fatte, perché ha reso più semplice le varie successioni che sono avvenute nel tempo, sia dal lato della famiglia Alberti, sia da quello della Fondazione: prima di me c’era mio zio  Franco Alberti e prima di Giovanni Solimine, c’era Tullio de Mauro».

La decisione di dare continuità  a questo progetto è stata frutto di un’aspirazione, da parte della vostra famiglia e della fondazione Bellonci, motivata dalla volontà di continuare ad alimentarlo?

«Abbiamo voluto continuare e alimentare l’iniziativa. La manifestazione ha acquisito una sua importanza. Per la nostra azienda è diventata un asset, visto che è uno specchio di notorietà la cui perdita sarebbe stata una dispersione di valore e del tanto lavoro fatto negli anni. Quindi c’è, da parte nostra, un interesse aziendale in termini di visibilità e di capitalizzazione degli sforzi profusi. Ciononostante, sentiamo anche un obbligo morale nel portare avanti un’iniziativa che ormai ha una risonanza e un’importanza nazionale, visto anche l’elevato riconoscimento del premio Strega all’interno del mondo dell’editoria».

Come spiega il successo del premio?

«Penso che ci siano due ragioni. La prima è legata al meccanismo che lo regola e alla sua gestione, aspetti fondamentali per questa tipologia di eventi per non incorrere in pericolosi scivoloni che potrebbero comprometterne la fama. È questa la ragione per cui noi, come comitato, presidiamo le varie fasi del processo di selezione. La seconda è che, a mio parere, il premio Strega è un unicum che si è creato, difficilmente replicabile».

Che cosa la porta a quest’ultima affermazione?

«Guardi, basterebbe pensare a chi faceva parte degli “Amici della domenica”, un nutrito gruppo di persone (agli inizi circa 160) che tra loro discutevano di libri e letteratura: un parterre de rois che colpisce per i nomi di chi vi partecipava. C’erano scrittori di grandissimo livello che hanno contribuito a dare spessore al progetto: un’unione di personalità e di menti difficile da replicare. La notorietà del premio è quindi da ascrivere sì alla gestione, ma anche al valore delle persone che hanno partecipato alla sua realizzazione. C’è un bel libro di Maria Bellonci che racconta i primi anni del premio Strega e che colpisce per il livello dei carteggi che venivano scambiati tra i membri di questo gruppo di intellettuali: da Montale a Moravia e a Pasolini. Penso che sia un’esperienza irripetibile, generata da un’incredibile alchimia di menti che si è venuta a creare e che ha raggiunto un tale successo da essere poi replicata da altre manifestazioni simili che ne hanno adottato lo stesso meccanismo».

La tradizione è sì un elemento caratterizzante, ma il trascorrere del tempo non ha imposto alcuni cambiamenti?

«È successo come nei passaggi generazionali, dove all’inizio c’è un grande fondatore che dà vita e vigore a un’azienda, ma, per fare sì che vi sia continuità, bisogna pianificarne e strutturarne il futuro, cogliendo i cambiamenti dettati dal tempo. La creazione del comitato paritetico non è stata lettera morta e non ha generato situazioni di stallo. Sono stati apportati diversi cambiamenti e fatte alcune riforme al regolamento originario del premio, a causa dal cambiamento dello scenario del mondo dell’editoria e delle esigenze che emergono dai lettori. Per esempio, c’è stato un momento che il parco dei votanti non cresceva e rimaneva, per così dire, bloccato anagraficamente dall’età degli aderenti. Ciò faceva sì che la capacità di giudizio si spostasse sempre più verso il modo di sentire di un pubblico molto adulto, non cogliendo le diverse sfumature che una platea di lettori offre nella sua interezza. Si è così deciso di allargare il campo, aggiungendo l’associazione dei librai, i gruppi di lettura, gli istituti culturali all’estero, per cercare di catturare la sensibilità degli italiani che vivono fuori dei confini. Poi abbiamo anche istituito il premio Strega “giovani”, per avvicinarci al mondo degli adolescenti. Forse Maria e Guido, se ci fossero stati, avrebbero preso decisioni analoghe».

Ma il mondo dell’editoria è molto variegato, con forti presenze, ma anche una vivacità fatta di piccole case. Come viene tutto ciò rappresentato all’interno del premio?

«Il regolamento prevede che, se all’interno della cinquina finale non è presente un piccolo editore, automaticamente il numero sale a sei. Anche questo è uno dei cambiamenti apportati dal comitato che, con molta attenzione, ha percepito l’umore e il modo di sentire che circonda il contesto in cui l’iniziativa prende corpo».

Quindi la governance è fondamentale.

«Senza dubbio: non si può pretendere di lasciare immutato qualcosa che è stato concepito nel 1947 e pensare che possa funzionare per 60 anni senza che vengano presi alcuni accorgimenti. Ed è proprio il passaggio generazionale che può garantire una governance che funzioni».

Una domanda impertinente: ma quanto pesano le grandi case editrici nel premio Strega?

«La casa editrice ha un suo peso, perché è l’ambito cui appartengono i giurati. Tuttavia, basterebbe guardare ai numeri di questi ultimi, attualmente 660 fissi e 260 a rotazione, un gruppo cospicuo che rende il controllo dell’esito finale praticamente impossibile. Non credo che sussista questo potere di condizionamento da parte dei grandi editori, perché abbiamo introdotto una serie di correttivi che rendono molto difficile influenzare il voto. Detto ciò, il tutto si svolge all’interno di un contesto democratico in cui i diversi protagonisti in campo si confrontano con i mezzi e gli strumenti che hanno a disposizione e con la loro capacità di creare consenso».

Tornando invece alla sua azienda, il premio Strega è per voi un atto di restituzione da parte di una famiglia di imprenditori, con una secolare storia alle spalle?

«Di restituzione, ma anche di alimentazione, perché per noi l’organizzazione dell’evento è un impegno, sia organizzativo, sia economico. Ma è qualcosa che abbiamo capitalizzato nel tempo e necessita di questa cura».

Vi siete mai posti in azienda la questione di quale valore attribuire, contabilmente, al premio?

«Sì, abbiamo provato a farlo, ma non è semplice. Per la nostra famiglia ha un’importanza elevata, ma non è detto che lo stesso valga per tutti. Quindi, se il valore delle cose è dato da ciò che altri potrebbero essere disposti a pagare, diventa difficile dargli una dimensione economica. Sicuramente per noi lo è in termini di rafforzamento del brand e perché ci permette di capitalizzare l’impegno di 75 anni».

 Passaggio generazionale del premio Strega, ma anche la Strega Alberti S.p.A. ha vissuto diversi passaggi.

«Sì e lo racconta la nostra storia. Di recente abbiamo affrontato una graduale razionalizzazione delle partecipazioni che, negli anni, si erano venute a creare all’interno dell’azienda, proprio per evitare dispersione di sforzi e di risorse. Ci sono voluti diversi anni perché questa consapevolezza crescesse tra i membri della famiglia e si traducesse nella riorganizzazione dell’azionariato, divenuto troppo parcellizzato e quindi inefficiente per la gestione di un’attività produttiva, attraverso una concentrazione delle quote. È impossibile dare continuità a un’azienda, in vita da così tanti anni, senza intervenire sulla sua struttura e i meccanismi che la regolano tenendo conto delle esigenze di gestione, sia presenti, sia future». 

Pinuccia Parini

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Responsabile Clienti Istituzionali Fondi&Sicav

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