Cinquant’anni di carta stampata
La sua è una vita nella carta stampata, cui è rimasto particolarmente legato non per avversione nei confronti dei nuovi mezzi di comunicazione, ma perché questi ultimi hanno perso molto dello spirito che il giornalismo una volta richiedeva. Alessandro Secciani, ex direttore di Fondi&Sicav e attualmente consulente dell’attuale direttore della stessa testata, ha iniziato a lavorare nel giornalismo esattamente 50 anni fa ed è stato un testimone di tutti i maggiori cambiamenti dell’ultimo mezzo secolo.
Perché ha deciso di intraprendere la carriera di giornalista?
«Decisi di diventare giornalista nel novembre del 1975, dopo la morte di Pier Paolo Pasolini. Fu l’assassinio ancora oggi oscuro di questo grande intellettuale, scrittore e regista che mi spinse ad abbracciare definitivamente questa professione. Abbandonai così la facoltà di medicina a Bologna, dove avevo passato più tempo a fare giornali di vario tipo che a dare esami. Volevo diventare geriatra ed ebbi il privilegio di studiare per un brevissimo periodo con Francesco Antonini, di fatto il fondatore della geriatria in Italia. La prima cosa che mi insegnò fu di non essere ipocrita nell’uso del linguaggio: per esempio lo irritavano tutti i sinonimi della parola “vecchio” (anziano, over 65, old), considerata da alcuni quasi un’offesa, anziché la denominazione di una mera fase della vita».
Gli anni ’70 sono stati un decennio difficile…
«Sì, indubbiamente, ma anche molto vivace, pieno di stimoli. Era un periodo in cui quasi quotidianamente si parlava di tentativi di golpe da parte delle forze armate, c’erano le brigate rosse e stava nascendo un diffuso senso di angoscia, ma dal punto di vista politico si stavano anche delineando nuovi scenari, con il Partito comunista italiano che nel 1975 era alla guida di tutte le principali città e parlava di Compromesso storico. Ciò cambiò il clima all’interno del Paese, soprattutto sul piano culturale. A Roma divenne sindaco Giulio Carlo Argan, grande critico e storico dell’arte, che aveva scelto come assessore alla cultura Renato Nicolini, che alcuni ricorderanno come l’ideatore dell’“Estate romana”, delle “Notti bianche” e che aprì molti spazi teatrali. Nonostante avessi avuto una formazione totalmente liberale, o forse proprio per questa ragione, avevo fatto parte del movimento studentesco, ma nel ’75 i sessantottini come me avevano già perso un po’ di smalto, perché, alla fine, eravamo dei buoni e tranquilli figli della borghesia bene, solo dei riformisti un po’ rumorosi. L’assassinio di Pasolini fu per me uno shock che mi fece però comprendere l’importanza di fare cultura in un periodo ricco di fermenti e di grandi scontri: fu così che decisi di tentare di fare il giornalista».
Bologna continuò a essere la sua città?
«No, lasciai Bologna, perché, nonostante fosse una piacevolissima città e al centro dell’attenzione generale, restava pur sempre provinciale e nella sostanza chiusa. Mi trasferii così a Milano, che allora era bellissima e ricca di fervore e creatività: il Piccolo Teatro attraversava il suo periodo d’oro, alla Scala di Milano venivano portate in scena le opere dei contemporanei (ricordo una bellissima Lulu di Alban Berg, tratta dal testo di Wedekind), arrivavano gli scrittori della Beat generation americana e Dario Fo, nella Palazzina Liberty, era nel pieno della sua attività teatrale. Io non conoscevo nessuno, ma qualche idea di articoli da fare ce l’avevo. Fu così che redassi una lista di argomenti e mi presentai alle diverse redazioni, dove non raccolsi alcun successo sino a che un caporedattore di “Tempo”, un settimanale di allora, mi commissionò il mio primo articolo. Fu l’inizio di una collaborazione che ebbe però vita breve, perché la rivista chiuse e dovetti cercarmi una nuova occupazione. Anche allora la vita dei giornali non era sempre facile».
Un inizio in salita?
«Sì, ma poi ebbi il mio primo colpo di fortuna. In quei giorni, insieme a “Linus” venne deciso di pubblicare un inserto, “L’Uno”, dove si discettava di tutto un po’, senza che vi fosse un tema centrale: era una produzione di cultura pura. Divenni collaboratore fisso e insieme a me lavoravano, tra gli altri, alcuni ragazzi alle prime armi: Michele Serra, Lidia Ravera, Altan con il suo primo Cipputi e giornalisti collaudati come Saverio Tutino, che scriveva di America Latina, Beppe Viola, che si occupava di sport, ma non solo, e Lietta Tornabuoni, che recensiva i film. Fu un laboratorio di idee pazzesco che non mancò di creare accesi momenti di confronto. In questa occasione incontrai Oreste Del Buono, direttore di Linus e direttore editoriale della Bompiani, oltre che scrittore di successo, con cui ebbi un rapporto stupendo. Era un intellettuale organico all’interno del Pci, sempre un po’ in odore di eresia, ma solidamente legato al partito. Nel frattempo, scoppiò il movimento del ’77, in cui uno degli epicentri fu Bologna, che io continuavo comunque a frequentare. Un mese prima dei fatti gravi che scoppiarono in città, scrissi un duro articolo sull’amministrazione comunale, con un attacco frontale al sindaco del tempo, Renato Zangheri. Erano gli anni del compromesso storico, da un lato, e, dall’altro della rivolta pura, fine a sé stessa e con una componente violenta cui si affiancò il fenomeno delle Brigate rosse».
Come fu il rapporto con Del Buono?
«Eccellente. Per dare l’idea, aveva deciso che ogni lunedì pomeriggio ci sentivamo al telefono per discutere a ruota libera delle idee che mi venivano in mente e non solo per reciproche necessità. Fu così che nacque il progetto di scrivere un libro su Bologna: una ricca raccolta di dati sul riformismo e la partecipazione alla politica bolognese, da cui emergeva un quadro con molte criticità. Doveva essere un volume totalmente contro corrente sulla narrazione che in quei tempi si faceva della città. Ma un altro mio articolo sui militanti dell’Autonomia operaia, molti dei quali protagonisti di situazioni estreme, provocò la rottura con Del Buono, che probabilmente ebbe pressioni pesanti dal Pci. Io mi limitavo a fare parlare i miei intervistati, senza nessun commento, né positivo, né negativo, ma questa cosa destò scandalo».
Quegli anni hanno visto la nascita di “la Repubblica” e l’esplosione de “l’Espresso” e di “Panorama”: un periodo d’oro per queste pubblicazioni.
«Indubbiamente. Sono stati anche gli anni d’oro della sinistra, che esercitava un potere culturale senza avere però molto da dire: era stata corroborata dal ’68, ma distrutta dal ’77. Io, nel frattempo, ero entrato nel primo corso della scuola di giornalismo organizzata dall’Ordine. Eravamo in 45, in gran parte un gruppo di outsider, ma evidentemente con del valore professionale, visto che circa una trentina di noi sono diventati direttori. E qui ebbi la mia seconda botta di fortuna: incontrai Lamberto Sechi, l’uomo che, ispirandosi a “Time”, trasformò “Panorama” in un settimanale completamente nuovo, il cui motto era: “”I fatti separati dalle opinioni”. Secondo Sechi, al lettore non interessavano le opinioni di chi scriveva, ma i fatti, avvalorati da dati, numeri e testimonianze: grazie a lui nacque un giornalismo estremamente moderno e, devo dire, bellissimo, in un’Italia dove quasi tutta la stampa era condizionata o dai partiti o dai potentati economici».
Fu così che entrò a lavorare per “Panorama”?
«Sì, nonostante avessi avuto uno scontro proprio con Sechi in occasione di un’intervista che gli feci, però rimasi per un periodo molto breve (l’uscita fu per colpa mia), ma estremamente prolifico, durante il quale scrissi davvero tanto. Fui messo al lavoro nella sezione di economia e finanza: all’epoca erano pochissimi i giornali che dedicavano uno spazio fisso a questo settore».
Quale fu la sua successiva occupazione?
«Fu a “Il Mondo”, una sorta di “The Economist”, il prestigioso settimanale inglese di economia e finanza. Entrai in una redazione che raccoglieva al suo interno professionisti con le più diverse provenienze, cui non veniva chiesto nulla delle loro idee politiche e da dove provenissero, bensì di fare bene il loro lavoro. Trovai un ambiente stimolante in cui veniva lasciata grande libertà di azione. In questa situazione trovai il terzo mio grande maestro, Paolo Panerai (anch’egli allievo di Lamberto Sechi), dal quale ho imparato davvero tutto: come fare informazione sul serio, come capire i cambiamenti della società, come dirigere un giornale. Certamente con un carattere non facile, ma nella sostanza apertissimo alle idee della redazione e, conosciuto bene, anche capace di un rapporto personale bellissimo. Ho per lui ancora una grande gratitudine, sia professionale, sia personale».
Cosa le piacque dell’esperienza a “Il Mondo”?
«Fu il primo settimanale economico e finanziario in Italia e cambiò completamente le carte in tavola nell’informazione dell’epoca, perché seppe andare contro corrente. Si iniziò a parlare del tessuto economico italiano, di una nuova finanza e cominciammo a guardare fuori dal nostro Paese. Si raccontava che cosa succedeva a Wall Street, dei nuovi protagonisti del mondo imprenditoriale. Mettemmo in primo piano i fondi comuni d’investimento, quando in Italia non erano ancora stati istituiti e regolamentati. E senza tanti riguardi per nessuno. Si trattava di una nuova finanza e una nuova economia che maturavano. E cambiavano anche i risparmiatori: gli anni ’80 portarono una sorta di rivoluzione, che la sinistra chiamò “riflusso”, senza capire che si era dinnanzi a una svolta epocale».
Perché?
«Si iniziava a guardare l’economia con occhi diversi, lasciando da parte la retorica, prendendo in considerazione ciò che importava per lo sviluppo del Paese: i grandi investimenti, i mercati esteri, la necessità di avere una cultura manageriale. Intervistai manager che mi fecero guardare il mondo da un altro punto di vista e mi fecero percepire il divario interiore con cui avevo sino allora convissuto: la mia formazione liberale e le mie esperienze di sinistra. C’era in atto un grande cambiamento che mi rendeva inquieto: la storica “marcia dei quarantamila” a Mirafiori, una manifestazione antisindacale che si svolse a Torino nel 1980, ne era l’esempio plastico».
E come era allora Milano?
«Era diventata la “Milano da bere”, vivace, moderna, promotrice di uno stile di vita lombardo, che mostrava però un’immagine effimera della città. Sono gli anni di Bettino Craxi e dell’ascesa del Partito socialista che, con i suoi uomini, attuò una politica di pura occupazione del potere, senza capire che il potere era cambiato profondamente. Il tutto avvenne alla luce del sole, senza nascondere più nulla; dicevano con grande sprezzo del passato: “Noi non siamo ipocriti”. In quel periodo, Panerai fu ancora uno dei primi a cogliere i nuovi tempi, fondando il mensile “Capital”, quasi un manifesto della ricchezza, dell’edonismo senza nessun senso di colpa, dove si raccontavano storie imprenditoriali di successo e il benessere veniva messo in prima pagina: la filosofia era che si era diventati più ricchi perché più bravi e non bisognava vergognarsene. Anche la stampa divenne più attenta agli aspetti superficiali della vita. Nacque, nello stesso periodo, l’era degli stilisti».
Come si evolveva la sua carriera professionale in quegli anni?
«Nella seconda metà degli anni Ottanta ancora Panerai fondò “Milano Finanza”, dove iniziai una stretta collaborazione, anche se decisi di non entrare in redazione e di fare il libero professionista. Era una pubblicazione totalmente innovativa per l’Italia, che si ispirava all’americano “Barron’s”: era puramente finanziaria e parlava dei mercati in termini quasi scientifici, con intere paginate sui fondamentali dei maggiori mercati mondiali. Una rivoluzione nel settore, almeno nel nostro Paese, a dimostrazione, però, dei grandi cambiamenti in atto. Negli stessi anni la globalizzazione cominciava a farsi sentire, ma nessuno ne parlava apertamente. Decisi così di realizzare per conto mio una rivista per gli imprenditori che volevano cogliere delle opportunità sui mercati esteri: fu un lavoro elettrizzante, ma decisamente impegnativo. Ebbi l’opportunità di girare il mondo, con l’onere di tradurre ciò che avevo visto in informazioni utili per gli uomini d’affari che lì si sarebbero recati: allora non c’era internet e tutto doveva essere riportato su carta. Fu un lavoro estremamente impegnativo: per la prima volta vennero realizzate delle guide ragionate per gli imprenditori, con centinaia di numeri di telefono di possibili partner, su Hong Kong e Canton, ora nota con il nome in mandarino Guǎngzhōu, sulla Cina, la Malaysia, Taiwan, l’America Latina. Ma mentre io mi occupavo del fenomeno della globalizzazione, a Milano scoppiava “Mani pulite” e veniva stravolto lo scenario politico: finì la “prima repubblica” ed emerse dal nulla una nuova classe politica. Furono gli anni di Berlusconi che divisero in modo manicheo la stampa: c’era chi lo osteggiava nettamente e chi, invece, lo sosteneva in modo quasi fideistico. Agli inizi degli anni ’90, incontrai Virgilio De Giovanni, un giovanissimo imprenditore sui generis, che aveva fatto esperienza alla borsa di Wall Street ed era anche un esperto di analisi tecnica. Dopo il lancio del periodico “Millionaire”, per cui scrivevo una rubrica dedicata a chi voleva avviare un’attività all’estero, De Giovanni progettava una pubblicazione puramente finanziaria, che facesse concorrenza a “Milano Finanza”, ma che, nel contempo, fosse innovativa. Fu così che nacque “Borsa & Finanza”, di cui divenni il direttore. Il settimanale si occupava di mercati finanziari nel senso più stretto del termine e con contributi di analisi tecnica che, sino ad allora, non era per nulla diffusa in Italia. Il giornale, proprio per questa sua carica di novità andò bene e interpretò un ulteriore cambiamento della finanza, che si muoveva su basi sempre più scientifiche e soprattutto cominciava a utilizzare la tecnologia in maniera massiccia. Trascorsi lì sette anni interi e fu un’esperienza appagante, forse la migliore cosa che abbia mai fatto nella mia vita professionale».
È rimasto quindi molto legato a quella pubblicazione?
«Riuscii a creare una redazione da zero assumendo giornalisti che iniziavano o che avevano perso il loro lavoro o erano pensionati: ne uscì un gruppo fantastico, di professionisti che operavano con serietà e, soprattutto, non guardavano in faccia nessuno. Diversi di loro, dopo “Borsa & Finanza”, sono andati a occupare ruoli di responsabilità in altre testate. Questo settimanale segnò un’altra tappa importante non solo della mia vita, ma anche nel giornalismo finanziario italiano. Ho avuto la fortuna, in 50 anni, di vivere in prima persona una continua serie di grandi cambiamenti».
Negli ultimi vent’anni il modo di fare comunicazione è cambiato molto. Come lo vive un professionista con 50 anni di storia spalle?
«Nel 2001 lasciai “Borsa & Finanza”. Subentrò una nuova proprietà, venne cambiata la periodicità della pubblicazione, che diventò un quotidiano, e anche il modo di lavorare: non potevo più fornire al meglio il mio contributo. L’operazione non andò bene, e non certo perché non ci lavorassi più: il giornale era ottimo, ma ci fu l’arrivo di internet che sconvolse il modo di fare comunicazione. Oggi, nella sostanza, i giornali non esistono più e io non mi riconosco molto in questo modo di fare informazione. Non è un caso che, da 18 anni, ho deciso di operare in una nicchia come “Fondi&Sicav”, che mi consente di svolgere al meglio il mio lavoro, di interpretare un mondo in cui la tecnologia, l’arrivo della Cina e degli altri emergenti, la crisi dell’Europa e del mondo occidentale in generale stanno cambiano totalmente le carte in tavola. come avviene per Be Private, vengono offerti contenuti di grande attualità, ma sono trattati con la visione, la cultura e lo stile che si sono persi».


