Dall’oro nero all’elettrificazione
Secondo l’Asvis (Alleanza italiana sviluppo sostenibile), l’estrazione delle risorse naturali della Terra è triplicata negli ultimi 50 anni e si prevede che aumenterà del 60% entro il 2060. Sempre secondo l’Alleanza, è una cifra che renderebbe vano qualsiasi sforzo per raggiungere gli obiettivi climatici legati al ripristino della biodiversità e alla lotta all’inquinamento. Ma in questi 50 anni, nonostante la dipendenza dalle fonti energetiche fossili resti elevata, si è assistito a una serie di cambiamenti, che si sono riflessi anche sui mercati finanziari e che vengono illustrati da Paola Bianco, investment strategist di Euromobiliare Asset Management Sgr.
Si parla sempre più di transizione energetica, ma il petrolio continua a giocare un ruolo importantissimo da un punto di vista economico. Che cosa è successo negli ultimi 50 anni?
«È curioso, ho fatto una piccola indagine fra amici e familiari, che beninteso non ha nessuna valenza statistica, e ho chiesto loro a che cosa associano il termine petrolio. La risposta più gettonata è stata inquinamento, a seguire caro benzina e recessione, tre rappresentazioni che potremmo tradurre in termini economico-finanziari come transizione energetica, inflazione e ciclo economico. L’oro nero ha giocato, e gioca tuttora, un ruolo chiave nello sviluppo economico. Allo stato attuale è ancora la principale fonte di energia, è il carburante per il trasporto e la materia prima energetica per numerose industrie. La domanda di petrolio è raddoppiata negli ultimi 50 anni e oggi si attesta intorno a 100 milioni di barili al giorno.
Tutto ciò non ci deve stupire, se pensiamo che nello stesso periodo siamo passati da 50 milioni a 1,3 miliardi di vetture in circolazione. La buona notizia è che, nel mezzo secolo considerato, l’offerta è riuscita a tenere il passo grazie anche al progresso tecnologico e a significativi miglioramenti nel campo dell’efficienza produttiva. È il caso della produzione americana, che nell’ultimo decennio, grazie a tecniche innovative di estrazione, è quasi raddoppiata con oltre 13 milioni di barili al giorno nel 2023, un record storico. Dal 2018 sono gli Usa il primo produttore mondiale, superando largamente Arabia Saudita e Russia. Questo sostanziale match fra produzione e consumo trova riscontro in un prezzo reale del greggio, che nel tempo non ha mostrato un trend ascendente».
C’è stata però la crisi energetica degli anni ’70…
«Il greggio ha registrato fasi di elevata volatilità a partire dalle crisi degli anni’70, che rimangono ben salde nel nostro immaginario. Due shock si verificarono in quel periodo nel settore energetico: il primo legato all’embargo petrolifero arabo del 1973 e il secondo associato alla rivoluzione iraniana alla fine dello stesso decennio. Il prezzo del greggio salì da 20 dollari al barile a 55 nel corso del primo evento, mentre schizzò a 120 durante il secondo. Di norma, quindi, associamo repentini movimenti delle quotazioni a shock negativi dell’offerta, cioè crescite dei corsi del greggio tali da innescare un forte aumento dell’inflazione e una recessione. Non tutte le fluttuazioni del prezzo del petrolio dipendono, però, da shock esogeni. Durante le fasi espansive del ciclo economico o nell’ambito di un processo di industrializzazione come quello della Cina negli anni 2000, le quotazioni possono aumentare semplicemente a causa della maggiore domanda di materie prime utili per produrre beni di consumo. È, invece, intuitivo che ci sia una correlazione diretta tra andamento del greggio e inflazione. Nei panieri rappresentativi delle abitudini di spesa delle famiglie infatti è compresa la categoria dei beni energetici che ha un peso nell’ordine del 10% nell’area euro e del 7% negli Usa. È una componente volatile dell’indice dei prezzi al consumo: nel 2021-22, infatti, nell’Eurozona è passata da contributi negativi a positivi anche nel giro di pochi mesi».
Quale era il peso del settore energetico sull’indice S&P500?
«Nel 1972 il settore energy rappresentava solo il 7% dell’S&P 500 e raggiunse il picco storico del 28% alla fine del 1980. La crisi petrolifera, innescò un processo, sia di diversificazione delle fonti energetiche, sia di riduzione della dipendenza dalle importazioni per garantire la sicurezza e la continuità delle forniture. I prezzi stellari del greggio aprirono la strada a massicci investimenti per aumentare la capacità produttiva domestica e, quindi, diedero il via alla nascita di molte aziende indipendenti. La successiva diminuzione della domanda di barili e delle quotazioni mise in profonda crisi l’industria: i progetti già avviati non erano più redditizi e diverse aziende e finanziatori fallirono. Questo tipo di dinamica boom-bust è caratteristica del settore e si è riproposta nel tempo con diverse gradazioni. L’ultimo caso registrato è lo shock del 2014-2015. L’aumento della produzione in quegli anni, frutto degli investimenti statunitensi in shale oil, ossia l’estrazione del petrolio dal minerale di scisto, si è tradotto in un crollo delle quotazioni che sono passate in poco più di un anno da valori superiori a 100 dollari al barile a un minimo prossimo a 30. A farne le spese nel mondo finanziario fu soprattutto il credito high yield americano, soprattutto il comparto delle obbligazioni societarie con profilo di rischio più elevato emesse da molte nuove aziende dello shale per finanziare gli investimenti».
E per quanto riguarda il mercato azionario?
«È emblematico che il peso dell’energy nell’S&P500 si sia quasi dimezzato dai livelli pre-crisi 2015. Oggi si attesta intorno a un marginale 2,8% circa, dopo essere sceso a un minimo storico assoluto sotto il 2% nell’ottobre 2020, prima dell’annuncio dei vaccini. C’è tuttavia un’altra prospettiva dalla quale guardare alla materia prima e all’industria, oltre a quella economica e finanziaria, ed è legata all’ambiente. Inutile negare che la storia di questo settore sia costellata di incidenti con conseguenze pesanti in termini di inquinamento, veri e propri disastri ambientali. Il più noto risale al 1989, quando la superpetroliera Exxon Valdez si incagliò nel golfo dell’Alaska, sversando in mare oltre 40 milioni di litri di petrolio. Non possiamo dimenticare però la “marea nera”, il più grave disastro della storia causato nel 2010 dall’esplosione della piattaforma Deepwater Horizon di Bp nel Golfo del Messico, che ha avuto conseguenze drammatiche per l’ecosistema marino e terrestre, di cui ancora oggi non possiamo valutare gli effetti di lungo termine. La crescente rilevanza che il dibattito sul cambiamento climatico ha assunto presso le opinioni pubbliche di tutto il mondo ha poi finito per aggiungere un ulteriore livello di criticità. L’industria, infatti, è considerata come una delle maggiori responsabili delle emissioni di gas serra. Secondo i dati raccolti dall’Unione Europea, la combustione di materie prime fossili (petrolio, gas e carbone) genera a livello globale oltre il 70% di emissioni di CO2. Inevitabile che sia andata crescendo la spinta di istituzioni e investitori, codificata anche sotto l’etichetta di criteri Esg, verso modelli di business più sostenibili. In conclusione, possiamo dire che su un orizzonte di medio termine il petrolio e la sua industria faranno ancora parte della nostra realtà di consumatori e investitori. Le fluttuazioni di prezzo del greggio continueranno a condizionare la crescita economica, l’inflazione, il ciclo degli investimenti e l’andamento di azioni e obbligazioni correlate. Il settore petrolifero sarà però chiamato ad affrontare a viso aperto la grande sfida ambientale ed economico-finanziaria di produrre con minori emissioni e a costi più bassi, mantenendo, allo stesso tempo, un’adeguata redditività sul capitale investito. È innegabile che l’ambizione di più lungo termine sia di affrancarsi definitivamente dai combustibili fossili».
La transizione energetica è una rivoluzione necessaria?
«La transizione energetica consiste, in buona sostanza, nel passare da un modello di sviluppo basato su petrolio, carbone e gas naturale, a uno alimentato da fonti rinnovabili come vento, sole, acqua. Se pensiamo alle dimensioni e alla pervasività dei cambiamenti richiesti, possiamo paragonare questo processo a una nuova rivoluzione industriale. Tuttavia, essendo la salvaguardia del clima un bene comune, il passaggio che ci troviamo ad affrontare, a differenza del passato, richiede necessariamente un’azione collettiva. Ai tempi dell’introduzione dei motori a vapore o delle automobili gli effetti negativi derivanti dalla combustione delle materie prime fossili non hanno mai fatto parte delle valutazioni dei singoli agenti economici. Il nucleo della transizione verde riguarda proprio fare sì che l’emissione di CO2, percepita finora come gratuita, entri nel calcolo dell’attività economica. È evidente che ciò implica nell’immediato un significativo aggravio di costi a fronte di benefici nel medio lungo termine. Diventa perciò imprescindibile una volontà di cooperazione fra stati, imprese e individui. La cooperazione internazionale, incardinata nell’Accordo di Parigi (2015), mantiene formalmente la soglia di 1,5°C come “bussola” fondamentale. Tuttavia, se gli impegni Net zero di Glasgow (2021) avevano tracciato una direzione, la recente COP30 di Belém si è chiusa senza gli strumenti operativi necessari per rendere concreta questa ambizione. I compromessi negoziali tra paesi produttori di petrolio e non hanno infatti impedito di fissare una scadenza per l’abbandono dei combustibili fossili. Di fronte alla debolezza degli strumenti di mitigazione, l’attenzione per ora si sposta forzatamente sugli investimenti per difendere l’economia dai danni climatici (adattamento) e sulla valorizzazione di risorse come foreste e biodiversità (capitale naturale)».
Come si raggiungono gli obiettivi?
«La parola chiave è elettrificazione, ossia il processo di sostituzione delle fonti fossili con l’elettricità generata dalle rinnovabili. Questo processo interessa tutti i settori, tra i quali i trasporti e il riscaldamento domestico e industriale. Nella nostra quotidianità significa, per esempio, cucinare su piano a induzione e scaldarsi con pompe di calore. In questa prospettiva, le stime dicono che la domanda di elettricità è destinata almeno a raddoppiare entro il 2050 e la sua produzione da fonti rinnovabili dovrebbe aumentare dall’attuale 30% all’80%. Per centrare gli obiettivi climatici, Net zero al 2050, non avremo però solo bisogno di produrre più energia da fonti rinnovabili, ma di ridurre l’intensità energetica dell’economia globale, migliorare l’efficienza dei prodotti, digitalizzare le reti di trasmissione e immagazzinare energia sviluppando nuove tecnologie che oggi sono solo in fase sperimentale, come quelle legate all’idrogeno. Questa trasformazione richiederà un livello senza precedenti di investimenti. Le stime sul fabbisogno globale variano in maniera importante, sia a causa di un notevole grado di incertezza sugli sviluppi futuri, sia perché manca una definizione univoca di investimento “verde”. Ciò detto, per raggiungere emissioni nette zero, dovremmo mettere in campo, nei prossimi 25 anni, un ammontare di risorse che va da 100 mila a 300 mila miliardi di dollari. Per mettere questa cifra nel contesto economico, il Pil mondiale attuale è stimato intorno a 100 mila miliardi di dollari».
Quale sarà il ruolo della finanza in questo ambito?
«È del tutto evidente che un simile ammontare di investimenti ha bisogno di finanziamenti. All’interno di un panorama piuttosto complesso si deve necessariamente iniziare dal mercato dei cosiddetti green bond, esploso negli ultimi 10 anni e che oggi supera 2 mila miliardi di dollari. Si tratta di obbligazioni tradizionali, ma i cui proventi sono destinati a progetti che hanno un impatto positivo sull’ambiente o sul clima. Standard e criteri specifici definiscono che cosa costituisce un “progetto verde” e report periodici garantiscono la corretta destinazione dei fondi. Gli emittenti sono prevalentemente privati, come aziende o istituzioni finanziarie, seguite da governi ed enti sovranazionali. Dominano i paesi sviluppati, in particolare l’Europa, che origina circa la metà delle emissioni, seguita da Usa e Cina. Passando, invece, al comparto azionario la transizione energetica può essere declinata con diverse modalità. Abbiamo innanzitutto i prodotti generalisti a impatto positivo, composti cioè da titoli di aziende che in tutte le geografie contribuisco in maniera diretta al raggiungimento degli obiettivi sanciti nel 2015 e sono di norma meno esposti ai rischi connessi alla transizione. Si possono poi selezionare universi tematici più circoscritti, come quelli dedicati proprio allo sviluppo delle fonti rinnovabili: eolico e fotovoltaico. Gli strumenti sopra citati, come tutte le obbligazioni e le azioni, sono sensibili all’andamento dei tassi di interesse e ai cicli macro e microeconomici. Tuttavia, consentono di diversificare i portafogli guadagnando esposizione a uno dei più importanti megatrend per il prossimo quarto di secolo. In sintesi, la transizione energetica rappresenta una sfida per la sopravvivenza dell’umanità, ma anche un’opportunità unica per garantire un futuro più sostenibile. È chiaro che sarà necessario un impegno concertato a livello globale che coinvolga governi, settore privato e società civile, per conciliare sviluppo e tutela dell’ambiente».
Quali sono le criticità da affrontare?
«Abbondano, a partire da un impatto differenziato su crescita e occupazione a livello di settori e aree geografiche. Non stupisce che i paesi produttori di petrolio siano scettici nell’intraprendere la strada della transizione. È evidente anche un certo grado di resistenza delle opinioni pubbliche dei paesi occidentali di fronte alle spese necessarie per l’adeguamento delle proprie dotazioni ai nuovi standard. Obiettivamente, un equilibrio è complicato da trovare. Il progresso tecnologico, però, a giudicare dalla storia, potrebbe e dovrebbe rappresentare l’ingrediente fondamentale per una sorta di quadratura del cerchio».


