Private banking, un’industria di fronte a continue sfide
Oggi l’espressione private banking evoca soprattutto un servizio di consulenza finanziaria per una clientela relativamente danarosa. Se però andiamo indietro nel tempo, specificatamente mezzo secolo fa, si trovava un quadro molto diverso. Le caratteristiche odierne di questo settore hanno infatti cominciato a emergere con forza nei primi anni ‘80, come è avvenuto per altri fattori del sistema culturale ed economico attuale. In precedenza, questo comparto presentava caratteristiche completamente diverse. Innanzitutto, a metà anni ’70 la definizione era usata in maniera quasi esclusiva nel contesto svizzero: la piccola nazione alpina, infatti, nel corso del ventesimo secolo si era posizionata come la meta preferita del ceto abbiente di tutto il pianeta, grazie ad alcuni punti di forza del proprio sistema.
In primo luogo, va ricordato che la legge bancaria della Confederazione Elvetica varata nel 1934 vincolava i banchieri all’obbligo di segretezza sui dati dei propri clienti, un obbligo la cui rottura comportava conseguenze penali non da poco. Questo quadro legislativo si affiancava alla presenza plurisecolare delle cosiddette banche private, ossia partnership i cui soci rispondevano con tutto il patrimonio in caso di perdite dell’istituto. Al tutto si univa una cultura estremamente prudenziale e incentrata sulla competenza e la stabilità. Questi pilastri determinarono il successo dell’originario modello di private banking, in particolare in una fase turbolenta come quella di 50 anni fa. I servizi offerti erano però profondamente diversi: all’epoca una realtà ancora marcatamente tradizionale si scontrava con il caos della modernità, nello specifico instabilità sociale e inflazione.
Non va scordato che i proprietari di patrimoni importanti avevano come obiettivo precipuo la conservazione dei propri averi più che il desiderio di espanderli. Pertanto, chi si recava in Svizzera per aprire un conto con queste istituzioni trovava innanzitutto una cura a tutto tondo (è sarcasticamente definita nel mondo anglosassone come “poodle walking”, portare a spasso il barboncino) che includeva elementi squisitamente extra-finanziari, come, ad esempio, aiutare a trovare il collegio giusto per i figli. Dall’altra parte, l’elemento bancario si configurava essenzialmente come un servizio di custodian, che prevedeva il leggendario conto cifrato i cui liquidi venivano investiti con principi di asset allocation che oggi appaiono primitivi nella loro staticità. Essenzialmente, venivano offerti una liquidità in franchi svizzeri, considerati un’oasi di stabilità (per la serie più le cose cambiano più rimangono uguali), l’accesso ai principali titoli di stato europei e alle blue chip continentali, oltre all’acquisto di oro fisico. Quest’ultimo veniva custodito nel caveau del gruppo.
Si trattava di una realtà sostanzialmente priva di tecnologia o quasi, nella quale i libri contabili, così come i contratti, venivano redatti a mano: il risultato era che bisognava attendere spesso delle ore per ottenere la conferma di un ordine di acquisto da parte di un broker azionario. Non sorprendentemente, anche il modello di remunerazione era decisamente diverso: non esistevano costi in base agli asset gestiti o bonus. Innanzitutto, veniva fatta pagare una commissione di concierge per remunerare l’assistenza al di fuori delle necessità finanziarie. Ovviamente, poi, tutta l’infrastruttura di custodia non era gratuita, mentre un piccolo spread veniva applicato sulle commissioni di intermediazione sui mercati e sui conti correnti aperti al di fuori della Svizzera, una pratica comune per evitare le imposte alla fonte della Confederazione. Il fatto che i proprietari della banca rispondessero con la totalità della propria ricchezza costituiva la ciliegina sulla torta di un ambiente che era sostanzialmente un circolo chiuso: un numero limitato di famiglie da una parte e dall’altra, il cui rapporto si tramandava di generazione in generazione.
La rivoluzione americana prima di Reagan
Usa e Gran Bretagna nel medesimo periodo mostravano alcuni tratti in comune con la Svizzera, come la forte presenza di famiglie di antica ricchezza che utilizzavano un approccio che, con il senno di poi, appariva chiaramente portato a maggiori innovazioni. Infatti, i gruppi locali offrivano alle famiglie più importanti dei propri paesi servizi di consulenza finanziaria più avanzati, che includevano anche quelli che oggi vengono definiti investimenti alternativi. Nel frattempo, nel corso degli anni ‘70, l’America si presentava come un calderone di riforme giuridiche, tecnologiche e culturali che avrebbero portato a un autentico stravolgimento economico nel giro di pochi anni.
Per meglio inquadrare il discorso conviene tornare indietro, addirittura al 1969. In quell’anno 13 executive finanziari si riunirono in un albergo intorno all’aeroporto di Chicago per una riunione tesa a riformare la distribuzione dei servizi finanziari nel Paese. Fino a quel momento, infatti, un americano doveva rivolgersi a uffici, persone e istituzioni diversi per le proprie necessità quotidiane di liquidità, per comprare e vendere azioni, per le assicurazioni e per diverse altre operazioni.
Ogni passaggio obbligava a interfacciarsi con un professionista dotato di una differente licenza. Lo scopo di questo piccolo ensemble di innovatori era, dunque, riunire tutte queste funzioni in una figura unica. Nacque così l’idea del “certified financial planner” il cui raggio di azione era l’intero arco delle necessità finanziarie del cliente, dalla costruzione di una pensione integrativa entro un numero ragionevole di anni al costruire una ricchezza per comprare casa o mandare al college i figli. Un approccio completamente nuovo per adattarsi a ciò che si stava configurando come un autentico collasso delle pratiche tradizionali del variegato mondo dei servizi finanziari. Nel frattempo, nel 1975 venivano liberalizzate le commissioni caricate per la compravendita di azioni, mentre Merrill Lynch nel 1979 lanciava un nuovo dirompente prodotto: il “cash management account”, ossia un unico conto da cui era possibile investire nel mercato monetario, in obbligazioni, nell’equity e in tutto ciò che la finanza offriva, oltre alla possibilità di ottenere una carta di credito. In pratica si trattava della realizzazione della visione concepita nel 1969 dai 13 pionieri. Si arriva così agli anni ‘80 di Ronald Reagan, quando l’atteggiamento nei confronti del denaro cambiò dalla notte al giorno.
Non solo sopraggiunse una forte ripresa, dopo il secondo shock petrolifero, in tutti i paesi avanzati, ma emerse anche una nuova e numericamente corposa classe affluent che, invece di mirare a conservare il valore dei propri asset, voleva diventare sempre più ricca. L’ascesa di questo corpo sociale si sposava perfettamente con le innovazioni costruite nel recente passato. Infatti, un approccio in una versione più sofisticata alla consulenza finanziaria pensato per la classe media risultava allettante in un decennio caratterizzato dal benessere di massa. A questo ceto in piena emersione veniva proposto un pacchetto di servizi tuttora riconoscibile: nacque così il moderno private banking. Ciò si accompagnò a un consolidamento in grandi colossi e al proliferare di strumenti di investimento come i fondi comuni, fino in quel momento confinati a una ristretta élite.
Non sorprendentemente, sorse nello stesso periodo una categorizzazione più netta e meglio definita di quale fosse la soglia che rendeva una persona ricca: per fare parte del club degli Hnwi (High networth individual) bisognava avere almeno un milione di dollari investibili. Contemporaneamente, mutò in maniera perenne anche il modello di remunerazione adottato: gli anni ‘80 videro il sorgere di approcci incentrati su una commissione di gestione calcolata in base al patrimonio amministrato insieme alle retrocessioni da parte delle società di asset management e, in alternativa, il modello fee-only.
Europa e Asia connesse dai computer
Chiaramente non va trascurato il ruolo della tecnologia nel rendere possibile questa mutazione genetica: l’arrivo dei personal computer e dei primi network aziendali permise di gestire una moltitudine di dati di ogni genere fino a quel momento da fantascienza. Da questo punto di vista è interessante notare che il panorama di 40 anni fa presentava qualcosa di simile a un salto quantico rispetto alla Ginevra del 1976 che si configurava al contempo come una realtà tuttora riconoscibile, anche se poggiava su una capacità digitale oggi quasi preistorica. L’accelerazione dell’It ha permesso di restringere in maniera gigantesca il pianeta con il risultato che tutte le economie principali, sviluppate ed emergenti, hanno deciso di dare un maggiore spazio al libero mercato.
Il decennio degli anni ’90 vide infatti la privatizzazione in quasi tutta l’Europa continentale delle maggiori banche europee, che, dal canto loro, corsero ad adottare, in un processo di consolidamento gigantesco, il modello di “one-stop shop” sviluppato negli anni precedenti negli Stati Uniti. Le stesse storiche istituzioni svizzere dovettero in gran parte rinunciare al proprio modello di partnership a responsabilità illimitata, trasformandosi in tradizionali società per azioni. Finendo poi con il fondersi o farsi acquisire da colossi stranieri. Nello stesso periodo la mostruosa crescita dell’Asia portò alla creazione di varianti locali dello stesso business model, soprattutto in poli come Hong Kong e Singapore.
La storia del private banking, dunque, si configura come un processo tutt’altro che lineare, essendo stata marcata da una cesoia molto netta. Probabilmente l’ultimo decennio, con il dilagare di internet su dispositivi mobili, l’esplosione del big data e poi degli applicativi Ai marcherà un altro passaggio epocale. Come si usa dire, però, questa è un’altra storia.


