Come siamo, come eravamo
Da oltre 60 anni il Censis è per antonomasia l’osservatorio dei comportamenti degli italiani. Ogni anno, il suo “Rapporto annuale sulla situazione sociale del Paese”, che è arrivato alla 59° edizione, viene accolto con grande attenzione e contiene sempre spunti di grande interesse, spesso contro corrente rispetto al pensiero comune. Per raccontare i cambiamenti degli ultimi 50 anni, è forse l’istituzione che meglio di ogni altra può fare il punto. Be Private ha perciò parlato con Giorgio De Rita, segretario generale del Censis. E il rapporto tra gli italiani e il risparmio è sempre stato al centro dell’attenzione della fondazione. «Nel nostro Paese i salari non sono cresciuti negli ultimi 30 anni ed è chiaro che la capacità di risparmio piano piano è diventata più fragile, si è indebolita», esordisce Giorgio De Rita, «ma rimane una componente strutturale, uno dei pilastri fondamentali della vita della maggioranza degli italiani. In questo processo di lungo periodo, è cambiata la motivazione a risparmiare, che, dagli anni ’70 in avanti, è stata la casa, poi è stata la ricerca di un po’ di benessere e, in una fase successiva, lo studio dei figli».
Ma come è cambiato nel corso degli anni l’atteggiamento degli italiani?
«Sostanzialmente vedo quattro processi sociali che si sono determinati nel corso degli anni: si tratta di fenomeni che hanno tempi lunghi per manifestarsi. Il primo è che è cambiato il posizionamento sociale, cioè il modo in cui ognuno si sente parte del complesso, il suo ruolo all’interno della società. Veniamo da un lungo periodo in cui il posizionamento sociale veniva da un’appartenenza collettiva: sono professore universitario, sono giornalista, sono idraulico, sono comunista. In sostanza, ciascuno di noi sentiva di partecipare a una comunità. Oggi non è più così. Il posizionamento sociale è dato dall’identità personale, che però è un elemento individuale dato dalla cultura, dalla famiglia, da ciò che ho studiato e ciò spiega il perché della rincorsa verso competenze anche un po’ stravaganti, come, per portare alcuni esempi, fare yoga, studiare l’egiziano, prendere un master in fotografia e moltissimo altro. Quanto descritto, nonostante sembri un affastellamento, è, appunto, un’affermazione dell’identità personale, che è ciò che ti posiziona nella società. Il secondo grande processo è la deriva verso l’irrazionale. Noi veniamo da una lunga storia in cui la scienza, la razionalità, i grandi maestri tracciavano un percorso, una linea, una traiettoria. Oggi, e l’abbiamo imparato bene con i vaccini del Covid, sempre più persone, anche di livello culturale elevato, dicono: «Quelli non ce la raccontano giusta». C’è un disincanto, una disillusione, nei confronti della dimensione razionale. Il terzo processo è il risparmio, che è un elemento di rassicurazione, di costruzione non soltanto di identità, ma anche di posizionamento nella storia e nel tempo. “Metto da parte i soldi perché voglio sentirmi sicuro, perché voglio costruire una rete di protezione contro l’incertezza”. Ma non dobbiamo pensare che si tratti solo di accumulare, di nascondere soldi: c’è anche la proiezione per il futuro. Oggi, per quasi l’80% degli italiani il denaro accumulato può servire per portare avanti qualche progetto. Poi ognuno ha il suo: c’è chi vuole fare impresa, chi desidera la macchina nuova, chi pensa a un viaggio».
E il quarto processo cui accennava?
«È ciò che chiamiamo il galleggiamento sociale, il provare a resistere. Galleggiare ha due facce: da una parte è meglio galleggiare che affogare, significa non muoversi, essere un po’ furbi e un po’ intelligenti. È una caratteristica strutturale del nostro Paese. Dall’altra parte, però, se si galleggia non si va da nessuna parte. Anche se ciò ci permette di affrontare le crisi senza troppi danni, oggi gli italiani cominciano a capire che, senza crescita, senza maggiori rendimenti, senza investimenti di capitali sul sociale, sull’ambiente e su molto altro, non va più bene: serve una proiezione in avanti, anche se va detto che siamo più capaci di intuizione di tanti altri. Poco lavoro, ma intuizione tanta. E questo senso di adattamento, di adeguamento, di piccolo galleggiamento, di piccola astuzia quotidiana, è spesso la chiave del nostro successo. Quindi perché dovremmo rinunciarci?»
Ma non è un po’ il contrario? Non è che forse sarebbe necessario un Paese più intelligente e meno furbo?
«Per prima cosa distinguerei fra astuzia e furbizia. Il nostro Paese ha tanta furbizia e qualche astuzia e ha tanta intelligenza, ma anche poca voglia di metterla in campo. E questo è un problema. È un Paese che fa fatica a rimettersi in movimento, a scommettere, a guardare il futuro, a investire. Però ha imparato nella sua storia che lo sviluppo, l’espansione economica e la crescita dei redditi non vengono calati dall’alto, ma hanno una dimensione orizzontale, hanno l’estensione di una radura nella quale si incontrano tanti altri, ma ognuno è per conto proprio, non è una montagna che si scala. Ognuno è un soggetto autonomo nella radura della competizione, che non è solo economica, ma anche sociale e, alla fine, questo confrontarsi con un po’ di astuzia determina il successo e la capacità di evitare forti danni. Esaminiamo la nostra storia, pensiamo a quando negli anni ’70-‘80 molti guardavano alle grandi imprese, ai grandi investimenti, come le mega-acciaierie, il siderurgico, Porto Marghera, le grandi fabbriche: non ne è rimasta una. Le piccole imprese che stanno diventando mezze multinazionali stanno sparendo anch’esse, eppure il nostro è un Paese ricco, che risparmia e che ha ancora la capacità di adeguarsi a standard di vita alti. Certo, si potrebbe affermare, come diceva Manzoni, che il nostro è un Paese che non è avvezzo a fare tumulto, nemmeno a pensarlo. E tutto ciò ci dice che in questa poca attitudine alla sommossa, al grande rumore, c’è anche poca attenzione al grande investimento; magari non cresceremo tanto, ma cresciamo dappertutto rasoterra. Quindi la furbizia è sì un problema, senza intelligenza è un doppio problema, ma è stata la chiave di resistenza, in periodi altrimenti difficilissimi. Ciò che sta avvenendo in Francia e in Germania e che avverrà ancora di più negli Stati Uniti o in Inghilterra non accade da noi, ma non è effetto di una buona politica, di una buona decisione, di una buona classe dirigente. Nasce da questa capacità diffusa di microresistenza, di microfurbizia, di microcapacità, di adattamento, che alla fine non ti porta molto lontano, ma ti permette di galleggiare. E a quel punto ci domandiamo: è meglio, galleggiare o affogare? Galleggiare non ti porta da nessuna parte, ma dall’altra parte non nuoti e non affoghi».
Sì, ma tutto ciò significa teorizzare l’immobilismo…
«Certo, ma quello è un altro problema, è il discorso che abbiamo fatto tante volte, dicendo: “A forza di galleggiare, prima o poi devi affrontare i problemi strutturali”. Penso, per esempio, al debito pubblico, ma anche alle infrastrutture, alla macchina amministrativa: gli apparati sono ormai devastati, prossimi al collasso e in alcuni casi già collassati. Allora è vero che questa furbizia individuale determina una sorta di deresponsabilizzazione, di allontanamento da quelli che sono investimenti collettivi necessari. Prendiamo il dibattito sulla giustizia finito nella separazione delle carriere fra pubblico ministero e magistrato senza capire che c’è una giustizia che si sta contraendo sempre più rapidamente, che è alla devastazione o il dibattito sulla scuola, nel quale alla fine non si capisce neppure di che cosa stiamo parlando. il sistema scolastico è in gravissima difficoltà, persino strutturale, perché la metà degli edifici pubblici è priva delle minime regole di abitabilità e di sicurezza. E qui parliamo solo del livello minimo, senza affrontare il problema degli insegnanti, dell’educazione. Però alla fine il dibattito si riduce al telefonino, se i ragazzi lo devono tenere in tasca, nella cartella o lasciarlo sul banco del preside. E allora è chiaro che questo gioco tutto al ribasso del diritto e del miglioramento individuale finisce per nascondere o per essere un buon paravento per i problemi strutturali. I salari sono il primo di questi problemi: se ripartiranno, come sta avvenendo, le imprese dovranno in qualche modo trovare altre strade di sopravvivenza e ci sarà un prezzo da pagare. Certo, ci saranno meno occupati, soprattutto in alcune fasce di età, tra i 50 e i 55, che sono tra le più fragili, perché non hanno alle spalle quasi nulla e davanti hanno una distanza dalla pensione quasi abissale. Quindi è chiaro che i salari ripartiranno e metteremo a posto un problema che abbiamo sul tappeto, ma pagheremo un prezzo alto. la domanda però è sempre la stessa: siamo disponibili a questi sacrifici?»
Gli italiani, dopo un lungo e difficile percorso di adeguamento alle economie più avanzate, sono entrati nell’era dell’intelligenza artificiale. Che cosa comporterà? Aiuterà il nostro sviluppo? E hanno una base tutte le preoccupazioni che si sono formate su questa nuova realtà?
«Prima considerazione: l’intelligenza artificiale (Ai) ha 70 anni di storia. Quindi dobbiamo entrare in una logica che non è nata oggi, ma è una cosa che piano piano sta costruendosi. L’energia nucleare e la bomba nucleare ci hanno messo molto meno tempo per passare dall’idea all’esplosione. Perciò l’Ai non è così pericolosa, perché alle spalle ha 70 anni di prove, di tentativi, di anticorpi prodotti dentro il sistema tecnologico, quello universitario, i centri di ricerca e i grandi sistemi di calcolo. Quindi ha un suo anticorpo interno dettato dal fatto di avere lunga vita. È oggi uno strumento per certi versi potentissimo, ma anche molto fragile: non sempre funziona, non sempre è affidabile. ha nell’errore la sua componente genetica. Si dice che gli algoritmi imparino sbagliando e, di conseguenza, debbano sbagliare per imparare. Però, nel corso dei mesi, degli anni, il sistema comincia a capire che l’intelligenza artificiale è uno strumento potentissimo, dalle grandi possibilità, ma che dentro ha l’errore, che colpisce, ad esempio, il risparmiatore, ma anche il consulente finanziario che la usa. E non è detto che il danno sia maggiore o minore da una parte o dall’altra. Quindi è chiaro che il consulente che usa un’intelligenza artificiale in maniera adeguata, opportuna, misurata, sapendo che l’algoritmo impara sbagliando otterrà grandi benefici, così come li avrà l’investitore che capirà che l’Ai di fatto può prenderci e non prenderci. Qual è il rischio? Che si spazza via lo spirito creativo delle persone, cioè la capacità di distinguere. Oggi gli avvocati scrivono le memorie con l’intelligenza artificiale. Va benissimo, perché ci impiegano un decimo del tempo, però le devono rileggere con l’intelligenza umana. Lo stesso vale per un medico, che quando usa uno strumento Ai costruito comparando migliaia di immagini diagnostiche, fa un lavoro eccezionale, ma deve imparare lui per primo a trovare ciò che funziona e ciò che non funziona. Vale per l’ingegnere, vale per l’operaio, per il cassiere, per tutti i mestieri. Io penso che questo grande boom sia avviato a una fase di riassetto, di risistemazione, proprio perché ci stiamo rendendo conto che alcuni rischi sono troppo alti per poterli correre. L’intelligenza artificiale ha dentro anticorpi suoi e sta producendo gli anticorpi nella popolazione che la usa per effetto dei tanti errori che commette. Quindi sarà un importante strumento, un grande ausilio e una straordinaria opportunità, come lo è stata l’energia nucleare, ma la devi usare bene».
Quali possono essere i limiti nell’utilizzo dei sistemi dell’Ai, specie in Italia?
«Io credo che siano due: il primo è il rischio di costruire sistemi talmente complessi che perdono di vista la semplicità delle cose. Se hai un problema complicato, lo devi affrontare non banalizzando e rendendolo troppo semplice, ma neppure facendolo diventare troppo complicato, se no, non ne esci. Banalmente, se devi mettere dei semafori, occorre evitare sistemi molto complessi. Devi capire che troppi semafori creano un problema, nessun semaforo porta agli incidenti: occorre la giusta via di mezzo, che è ciò che in qualche modo sta avvenendo, cioè la capacità di capire che l’eccesso di complessità non sempre funziona. È un processo lungo, non facilissimo. Il secondo elemento di riflessione è che la ricchezza dell’uomo sta nel fatto che sbagliando inventa e quindi l’intelligenza artificiale potrà diventare il modo in cui provo, provo, provo, ma sono io uomo a inventare il nuovo che viene. A quel punto l’algoritmo permette di sperimentare facilmente tante cose, se si ha l’umiltà, la furbizia di pensare “io sbagliando invento, tu sbagliando impari”. Il terzo elemento è che gli algoritmi nell’intelligenza artificiale sono per loro natura dei grandi divoratori di dati, di informazioni. La ricchezza non è nell’algoritmo, è nel dato. Quindi lo sforzo che bisogna fare non è avere l’algoritmo che è capace di mangiare miliardi, di miliardi, di miliardi di bit in microsecondi, ma ottenere dati che siano più organizzati, meglio tutelati, ben gestiti. Il valore è la capacità umana di organizzare le informazioni dei dati in maniera efficiente, ragionevole, strutturata, perché solo ciò restituisce un’informazione corretta. Sento, invece, che oggi si buttano dentro all’impazzata dati che l’Ai è bravissima a immagazzinare, ma non si è ancora messo ordine in casa. È un po’ come una libreria: se hai una montagna di libri arraffati qua e là, ne hai tanti, ma poi non li trovi, se invece, li tieni ordinati, è più facile reperirli, magari eliminando quelli che non servono. Non avrai più quella dimensione così caotica e disordinata, che è bella e divertente, ma è poco efficiente».
Alcuni esperti sostengono che il problema non è tanto nelle risposte che l’intelligenza artificiale dà, ma le domande che si fanno, perché l’Ai, a domande stupide, fornisce risposte stupide.
«Sicuramente è vero: molto sta nella capacità di fare domande, nella sensibilità di capire che quando hai fatto le domande e ottenuto le risposte, i termini del problema nel frattempo sono cambiati. Però io metterei più l’accento sull’importanza dell’ordine dei dati. Questa è la ricchezza. Si pensi, ad esempio, all’Europa: se insegue gli americani e i cinesi sul tema degli algoritmi, ha perso in partenza. Google ha talmente tante risorse, tanti scienziati, tante tecnologie, tanti soldi, tanti clienti, che non ci si prova nemmeno a sfidarla. Se si crede che l’Europa possa fare il suo Google, è morta ancora prima di cominciare. Però, se non può fare Google, non può costruire, come sta avvenendo, le regole per costringere il colosso americano ad adeguarsi, perché tanto farà lo stesso ciò che vuole. E allora la sua unica soluzione e la sua vera ricchezza è nel dato, perché ne è la proprietaria. Pensiamo banalmente al patrimonio culturale italiano. Sta a noi costruire non il Google, il motore di ricerca o il fruitore, ma dare un senso, una direzione, un ordine, un’organizzazione, un principio di selezione a quello straordinario patrimonio che abbiamo; su quel piano, non ci batterà più nessuno».


