Un big bang del vecchio mondo
Raccontare 50 anni di storia di mondo non è certo facile, ma in questo numero di Be Private Aldo Pigoli, docente di geografia economica e analisi dei mercati internazionali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ci aiuta a comprendere i momenti salienti che hanno caratterizzato questo mezzo secolo.
Come descriverebbe gli anni dal 1975 e il 2025?
«È stato un mezzo secolo in cui il mondo è cambiato radicalmente, a partire da un dato fondamentale: la popolazione globale è raddoppiata, passando da quattro a oltre otto miliardi di persone. Ma partiamo dall’inizio. A metà degli anni ’70 eravamo ancora nella fase avanzata della decolonizzazione: gli stati sovrani riconosciuti erano circa 165, rispetto ai quasi 200 attuali. Era un periodo in cui l’Occidente (Stati Uniti, Canada, Europa occidentale e Giappone) conoscevano una fase di forte industrializzazione e trasformazione tecnologica, mentre iniziavano a manifestarsi le prime crisi sistemiche dell’economia globale. Due avvenimenti segnarono in modo particolare quel decennio: nel 1971, la decisione di Richard Nixon di sospendere la convertibilità del dollaro in oro, che pose fine al sistema di Bretton Woods e aprì una nuova fase nella finanza internazionale; nel 1973, lo shock petrolifero, che rese evidente quanto l’economia mondiale fosse diventata interdipendente e vulnerabile. Di fronte a questa instabilità, nacque il sistema dei cosiddetti “G”, i vertici tra le principali economie avanzate: una risposta coordinata per gestire crisi monetarie, prezzi dell’energia e un quadro globale sempre più complesso. Parallelamente, l’Europa progrediva nel suo processo di integrazione economica, ponendo le basi per quella che sarebbe diventata l’Unione Europea. Il 1975 fu un anno simbolicamente molto denso: si completò la decolonizzazione portoghese, dopo la Rivoluzione dei Garofani del 1974, con l’indipendenza dei territori africani; si concluse la guerra del Vietnam, che per anni aveva polarizzato la politica internazionale».
Come si articolavano le relazioni internazionali?
«Si era nel bel mezzo della guerra fredda, anche se in una fase di distensione: il 1975 fu infatti l’anno in cui, a Helsinki, si firmò l’Atto Finale della Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa. Fu il momento in cui gli Usa e l’Unione Sovietica e i loro paesi alleati formalizzarono in Europa una sorta di status quo del mondo che si era creato dopo il secondo conflitto mondiale: è stato un riconoscimento de facto degli schieramenti che si erano creati, attraverso impegni di non aggressione e gestione pacifica dei conflitti, inviolabilità delle frontiere e tutela dei diritti umani. La protezione di questi ultimi fu, per alcuni osservatori, l’inizio di quella fase di cambiamento che, successivamente, contribuirà alla glasnost di Mikhail Gorbachev nella metà degli anni ’80. Contemporaneamente, in quel periodo si operò per limitare gli armamenti e ridurre il rischio di escalation nucleare. Le tensioni tra Stati Uniti e Unione Sovietica giunsero all’apice della cosiddetta distensione».
Era comunque un mondo bipolare..
«C’erano due superpotenze, che si fronteggiavano militarmente, ideologicamente e geoeconomicamente. Formalmente erano considerate pari, ma oggi sappiamo che gli Stati Uniti disponevano di un vantaggio strutturale (economico, tecnologico e produttivo) che all’epoca era meno visibile. Proprio in quegli anni, il modello di sviluppo americano iniziava ad affermarsi come riferimento globale, un fattore che avrebbe inciso profondamente sugli equilibri successivi».
E per quanto riguarda il resto del mondo?
«Il quadro era complesso. La Cina di Mao Zedong era ancora un paese chiuso, lontano dall’immagine di potenza globale che abbiamo oggi. Era attiva soprattutto a livello regionale, mentre si presentava come leader dei Paesi non allineati, in chiave anti-sovietica. Proprio in quel contesto maturò la storica apertura diplomatica tra Washington e Pechino: il viaggio di Richard Nixon nel 1972 e il ruolo di Henry Kissinger segnarono l’avvio di un riavvicinamento strategico che avrebbe avuto effetti di lungo periodo. Dopo la morte di Mao, le lotte interne al Partito comunista portarono all’ascesa di Deng Xiaoping nel 1978 e all’inizio delle riforme e dell’apertura economica che trasformarono il paese. Nel resto dell’Asia, il Giappone, sotto l’ombrello politico e militare statunitense, si affermava come potenza economica globale, destinata a diventare successivamente il principale competitor geoeconomico per l’America. Le cosiddette “Tigri asiatiche”, invece, seguendo il modello del Sol Levante, cominciavano a emergere come piccoli poli di sviluppo economico, mentre l’India era una grande nazione, ma con un peso internazionale limitato. Il Medio Oriente era segnato dal conflitto israelo-palestinese e dall’ascesa dei grandi paesi produttori di petrolio, che tra il 1973 e i primi anni ’80 videro il prezzo del greggio moltiplicarsi, con un impatto enorme sulle loro traiettorie di sviluppo e sui futuri equilibri mondiali. In America Latina prevalevano l’instabilità politica, i colpi di stato e le dittature, spesso direttamente o indirettamente sostenute dagli Stati Uniti, che vedevano la regione come un fronte cruciale per contenere la diffusione del comunismo e del socialismo».
Era un contesto complesso?
«Non vorrei banalizzare la questione, ma era un mondo più semplice di quello attuale, perché erano più evidenti gli scopi e chi stesse con chi. Negli anni ’80, Ronald Reagan diventò presidente degli Usa e con lui si tornò alla fase più acuta della guerra fredda, sia a livello globale, sia in Europa. La prima metà di questo decennio fu segnata da un forte riarmo, da un linguaggio politico molto duro verso l’Urss e dalla crescita dei movimenti pacifisti e antinucleari in Europa, che avevano radici nel clima culturale post-‘68. La retorica di Reagan, da “L’impero del male” a “Guerre stellari”, fu l’espressione di un approccio dicotomico: il mondo era diviso tra bene e male e l’Unione Sovietica rappresentava il nemico da contenere e sconfiggere. La cultura pop del tempo rifletteva e amplificava questa narrativa: in “Rambo II” gli Usa sostenevano i mujaheddin contro i sovietici in Afghanistan; in “Rocky 4” lo scontro simbolico tra America e Unione sovietica si consumava sul ring di Mosca. Era una rappresentazione caricaturale, ma efficace nel fotografare lo spirito del tempo: una competizione totale. Solo con l’ascesa di Gorbachev a metà anni ’80, le tensioni cominciarono progressivamente a ridursi, aprendo la strada alla fine della guerra fredda».
Questi sovvertimenti sono stati scatenati da ragioni politiche o economiche?
«Nella prima fase della guerra fredda era più l’ideologia a dominare, mentre negli anni ’80, la crescente interdipendenza economica, l’affermazione delle multinazionali e l’integrazione dei mercati iniziarono a creare reti di influenza capaci di superare i confini politico-militari tradizionali. Parallelamente, l’economia divenne un driver geopolitico centrale. La crisi stagflazionistica degli anni ’70 devastò i paradigmi keynesiani che avevano guidato l’Occidente dal secondo dopoguerra. In questo vuoto, nacquero e si diffusero le politiche monetariste e il pensiero neoliberista: la deregolamentazione dei mercati, la riduzione del ruolo dello stato, la liberalizzazione dei capitali. Il reaganismo negli Stati Uniti e il thatcherismo nel Regno Unito furono l’espressione politica più evidente di questa svolta».
La caduta del Muro di Berlino segnò la fine del bipolarismo?
«Il bipolarismo era già finito. La spinta dell’Unione Sovietica nella competizione con gli Stati Uniti aveva iniziato a esaurirsi con la morte di Leonid Ilyich Brezhnev, agli inizi degli anni ’80. Alcune guerre per procura erano di fatto finite prima della caduta del Muro. Fu poi con Gorbachev che l’impero sovietico venne “alleggerito”, vedendo così ridimensionata la sua potenza. Il declino dell’Urss venne usato dagli Stati Uniti per affermare il proprio modello, considerato vincente e quindi da imitare: ciò portò al cambiamento dell’ordine mondiale. In quegli anni emersero negli Usa, a livello accademico, due scuole di pensiero che diedero una diversa interpretazione di quanto avvenuto dopo la guerra fredda. Francis Fukuyama, sostenne la teoria della “fine della storia” e “dell’ultimo uomo”: il crollo del Muro di Berlino aveva fatto comprendere che il modello liberal-liberista si sarebbe diffuso in tutto il mondo, diventando il punto di arrivo del processo di evoluzione politica e sociale. Samuel Huntington, invece, parlò di scontro di civiltà tra diverse identità culturali, mentre Robert D. Kaplan scrisse di un’anarchia che stava per arrivare. In altre parole, si stava affermando l’idea che, dopo la guerra fredda, ci sarebbe stato un altro ordine internazionale diverso da quello post secondo conflitto mondiale guidato dagli Stati Uniti, ma che quest’ordine non sarebbe stato semplice da imporre e mantenere».
E così si entra nell’ultimo decennio del XX secolo?
«Negli anni ’90 gli Stati Uniti non avevano rivali e, volenti o nolenti, agivano un po’ da super-poliziotti, dalla crisi del Kuwait in poi, senza che ci fosse un contraltare. L’Unione Sovietica ormai si era disgregata e la vera preoccupazione nei confronti della ex-confederazione era dove fossero finiti gli armamenti nucleari e chi ne avesse il controllo. La Russia, nello specifico, si aprì agli investimenti occidentali, ma si moltiplicarono anche la corruzione e l’inefficienza. Si affermarono gli oligarchi, alcuni ex-tecnocrati della nomenclatura socialista e altri personaggi che approfittavano della situazione caotica che si era venuta a creare. Bisognerà attendere l’arrivo di Putin al Cremlino, con l’inizio del secolo attuale, per sentire ancora il peso di Mosca come potenza mondiale. Tuttavia, a destabilizzare gli equilibri, in quel periodo, cominciò ad affermarsi il grande fenomeno del fondamentalismo islamico: nasceva Al Qaeda».
Cosa succedeva intanto nel Vecchio continente?
«L’Unione Europea aveva preso corpo negli anni ’80 con l’Atto unico europeo, trattato che completava la costruzione del libero mercato e gettava le basi per la cooperazione politica. L’ apice venne raggiunto nel 1992 con il Trattato di Maastricht e la nascita dell’Unione Europea nel 1993, cui poi fece seguito l’Unione monetaria».
E in Cina?
«Tutto ciò avveniva mentre la Cina cominciava a cambiare pelle da un punto di vista economico, ma non politico, e le proteste e il massacro di piazza Tienanmen, nel 1989, ne furono la cartina tornasole. Svanirono così le aspettative degli americani e di una parte degli europei che anche nella Repubblica Popolare il sistema di governo potesse cambiare e svilupparsi in un contesto democratico grazie alla crescita economica».
Definirebbe gli anni ’90 il decennio della globalizzazione?
«Direi di sì, gli anni ’90 possono essere definiti il decennio della globalizzazione. In quel periodo, venne raggiunto l’acme della globalizzazione geoeconomica, finanziaria e anche geopolitica, trainata dagli Stati Uniti e dall’affermazione dei modelli economici e istituzionali occidentali. Il 1995 segnò una tappa decisiva con la nascita dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), che consolidò le regole del commercio globale e sancì l’idea di un mercato mondiale integrato. In questo quadro si collocò anche il successivo ingresso della Cina nel 2001, evento cruciale che accelerò l’espansione delle catene del valore globali e rese Pechino un attore indispensabile per la crescita mondiale. Parallelamente, la Russia venne progressivamente inclusa nelle istituzioni occidentali: nel 1997 entrò nel G8, simbolo del suo parziale reinserimento nell’ordine guidato dagli Stati Uniti. Va ricordato che, nella tragedia dell’11 settembre 2001, si registrò un momento di convergenza geopolitica difficilmente immaginabile oggi. Stati Uniti, Russia e Cina, tre potenze ora in forte competizione, condivisero allora un’agenda securitaria contro il terrorismo transnazionale. La decisione di George W. Bush di invadere l’Afghanistan non incontrò un’opposizione aperta, né da Mosca, né da Pechino, che avevano a loro volta problemi interni legati al terrorismo e al separatismo (ceceni in Russia e uiguri nello Xinjiang). Il culmine di questa breve stagione cooperativa fu il vertice Nato–Russia di Pratica di Mare del 2002, che istituì il Consiglio Nato–Russia e rappresentò l’apice della partnership tra i due schieramenti dopo la fine della guerra fredda. Da quel momento in poi, però, iniziò un lento deterioramento di quell’equilibrio».
Che cosa non funzionò?
«Le tensioni accumulate (allargamento della Nato, guerre in Medio Oriente, divergenze energetiche, trasformazioni interne di Russia e Cina) non furono pienamente percepite o comprese dall’opinione pubblica occidentale. Solo con la pandemia, e poi con l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, ci siamo resi conto di quanto quell’ordine globalizzato degli anni ’90 fosse ormai profondamente incrinato».
Si ruppero gli equilibri?
«Il concetto di equilibrio e di disequilibrio è falso, perché si basa sempre su considerazioni di carattere relativo. Se uno stato ha la forza di imporre il proprio ordine e nessun altro può o ha voglia di reagire, il contesto non cambia. E così accadde, tanto che oggi la Cina e la Russia sono da considerare potenze revisioniste, perché vogliono modificare il sistema guidato dagli Usa, anche se con modalità diverse: la prima è fortemente integrata con l’economia statunitense e, di conseguenza, punta a un suo ridimensionamento, ma non a danneggiarla, la seconda è più aggressiva perché ha meno vincoli e legami da preservare».
Cominciò così il multipolarismo?
Ciò che successe è che cambiò in modo significativo il peso economico degli attori, con uno spostamento marcato verso l’Asia e l’emersione di medie potenze nell’area mediorientale. Avvenne così che la quota di potenza economica, un tempo prevalentemente nelle mani dell’Occidente, diventò sempre più diffusa. Oggi si creano relazioni tra gli stati che non sono più di carattere globale, ma regionale e legate alle aree di libero scambio, con accordi variabili influenzati dai rapporti di forza geoeconomici. A ciò si aggiunge il tema delle filiere di valore, che una volta erano governate dagli Stati Uniti o dai paesi europei, mentre oggi la Cina non è solo la fabbrica del mondo, bensì un polo centrale in cui si definiscono catene di approvvigionamento, sistemi produttivi e innovazione tecnologica».
Passeremo da un modello a guida americana a uno a guida cinese?
«Non credo che passeremo da un modello a guida americana a uno a guida cinese. Stiamo vivendo piuttosto una fase di competizione sistemica tra Stati Uniti e Cina, che sta trasformando le regole della globalizzazione come le abbiamo conosciute dagli anni ’90 in poi.Da un lato, gli Stati Uniti non accettano un ridimensionamento della propria influenza e del proprio controllo sull’architettura economica, tecnologica e finanziaria globale. Allo stesso tempo, però, non intendono più sostenere da soli i costi politici, militari e istituzionali della globalizzazione “aperta” che avevano promosso nei decenni passati. Ne deriva un ripensamento della leadership americana: meno universalistica, più selettiva, più centrata sugli interessi nazionali e sulle catene del valore strategiche. Dall’altro lato, la Cina sta occupando spazi sempre più rilevanti (nelle infrastrutture globali, nel commercio, nelle tecnologie e nelle istituzioni internazionali), ma non propone un modello alternativo pienamente sostitutivo di quello statunitense. Pechino è un competitor strategico, non un candidato egemonico nel senso classico: non vuole assumersi la responsabilità di garantire beni pubblici globali, né ha, per ora, la capacità o la volontà di costruire un ordine “cinese-centrico” esportabile. Il risultato non è un passaggio lineare da un’egemonia all’altra, ma un sistema internazionale più frammentato, con più poli, più regole concorrenti e più forme di globalizzazione sovrapposte».
Come si spiegano allora le politiche dell’attuale amministrazione americana?
«Donald Trump interpreta e amplifica la trasformazione profonda in atto nel suo Paese che si fa tendenza strutturale: l’America sta prendendo consapevolezza che, per mantenere la propria leadership in un mondo più competitivo, deve ristrutturare il proprio potere, proteggere le sue basi industriali e tecnologiche e prepararsi a un confronto di lungo periodo con la Cina. Gli Stati Uniti partono da condizioni strategiche uniche: una demografia favorevole, che li distingue da altre potenze mature; una base di risorse energetiche e agricole, che garantisce un grado di autosufficienza raro tra le grandi potenze; una collocazione geografica protetta, con due oceani e vicini non ostili, che riduce i vincoli militari rispetto ad altri attori globali. In questo quadro, la Casa bianca sta cercando di ricostruire una sfera di influenza emisferica, dal Centro America all’Artico, in cui gli Stati Uniti possano esercitare un controllo geoeconomico e tecnologico più stretto. Non si tratta di isolazionismo, ma di una forma di selettivo protezionismo strategico: gli Stati Uniti non si ritirano dal mondo, ma vogliono ridurre le vulnerabilità generate dalla globalizzazione aperta. I dazi e le restrizioni tecnologiche rientrano in questa logica. Per Washington non sono solo strumenti commerciali, ma leve di negoziazione geopolitica: servono a ottenere concessioni, riequilibrare rapporti di forza e proteggere settori chiave per la sicurezza nazionale. Il risultato finale dipenderà dalla capacità degli Stati Uniti di mobilitare alleati e partner e dal modo in cui la Cina, a sua volta, reagirà in ciascuna area strategica. In sintesi, più che un arroccamento in vista di uno “scontro finale”, vediamo la costruzione di una competizione di lungo periodo, dove la posta non è la guerra, ma la supremazia tecnologica, industriale e normativa dei prossimi decenni».
L’Europa come si colloca in questo contesto?
«L’Europa ha compiuto un percorso straordinario, ma resta una potenza incompiuta. È fortissima sul piano economico e regolatorio, ma troppo debole su politica estera e difesa. Le sue divisioni interne le impediscono di definire un obiettivo strategico unico, e questo fatto la rende più spettatrice che protagonista nella competizione tra Stati Uniti e Cina. La sfida dei prossimi anni sarà trasformarsi da grande mercato a vero attore geopolitico».
Cosa manca al Vecchio continente?
«L’Europa è un gigante economico, ma resta fragile su tre fronti: geopolitica, tecnologia e demografia. Sul piano della sicurezza dipende ancora da Washington; sul fronte tecnologico ha eccellenze, ma frammentate e incapaci di competere con gli ecosistemi integrati di Stati Uniti e Cina; demograficamente è un continente che invecchia e questo orienta le sue scelte collettive verso la tutela di ciò che si è già acquisito più che verso l’innovazione. La popolazione europea , più anziana della media globale, tende naturalmente a privilegiare stabilità, protezione e regolazione. Non è un caso che l’Unione sia leader nel definire norme e standard, ma faccia più fatica a creare nuovi settori tecnologici. L’approccio all’intelligenza artificiale ne è un esempio: un quadro regolatorio avanzato, ma ispirato più al contenimento del rischio che alla promozione dell’innovazione».


