Europa, in attesa di un cambio di passo

Il Fondo Monetario Internazionale, nelle recenti stime di aprile, ha abbassato la crescita mondiale alla luce del conflitto in Medio Oriente e dopo un 2025 caratterizzato da incertezze geoeconomiche e geopolitiche. La revisione ha riguardato anche l’Europa e l’Italia. Secondo l’istituzione, la resilienza dell’attività economica rischia di essere messa sempre più a dura prova, soprattutto se lo scontro nel Golfo dovesse protrarsi, ma l’innovazione tecnologica potrebbe fornire un impulso alla produttività grazie all’intelligenza artificiale. Be Private ha esaminato con Alessandro Tentori, cio Europe di Bnp Paribas Asset Management, quali siano le prospettive che l’Europa ha di fronte.

Qual è lo stato dell’economia europea?

«Ci sono due aspetti da prendere in considerazione: uno è ciclico e l’altro strutturale. Il primo evidenzia ancora una volta la sensitività marcata delle aziende a input non europei, ossia una dipendenza elevata del sistema produttivo da energia, materie prime e componenti intermedi provenienti da paesi terzi. È il caso delle filiere derivanti dalla Cina o la tecnologia dagli Stati Uniti. Così come per la guerra in Ucraina, anche la crisi mediorientale rischia di avere effetti più marcati sul Vecchio continente rispetto ad altre aree geografiche. Ciò significa che, da un punto di vista strategico, e quindi strutturale, l’Europa non ha in questi anni rafforzato la propria architettura economica e di approvvigionamento: gli impegni che tutti noi ricordiamo furono presi durante il Covid e sono rimasti solo parole. Oggi, dinnanzi a un rincaro del greggio, le uniche misure che si prendono per fare fronte ai rincari è calmierare i prezzi.  Devo dire che il problema della dipendenza energetica non è solo europeo, ma a Bruxelles quattro anni fa era stato un tema particolarmente discusso senza però che fossero fatte scelte incisive. Ora si sta cercando di porre alcuni rimedi all’emergenza energetica in ordine sparso, con i diversi capi di governo e ministri che si stanno recando nei paesi fornitori di gas e petrolio per consolidare le relazioni e mantenere buoni rapporti. Fortunatamente, la presenza del piano strategico volto a rendere l’Ue climaticamente neutra entro il 2050, il Green Deal, ha probabilmente contenuto le ricadute negative della crisi attuale grazie a un maggiore utilizzo delle fonti rinnovabili, ma non sufficiente per sostituire in toto l’utilizzo dei combustibili fossili».

Da questo punto di vista, conta anche la configurazione dell’industria europea?

«La forte presenza del settore manifatturiero nell’industria europea la rende più energivora rispetto a quella americana. Basterebbe prendere in considerazione la composizione di due indici di borsa che rappresentano gli Stati Uniti e l’Europa: S&P500 e Stoxx600. Nel primo, il peso massiccio della tecnologia (~33% dell’indice) e la minore esposizione ad aziende di pubblica utilità e risorse di base fanno sì che ci sia un’intensità carbonica inferiore rispetto al secondo, dove la tecnologia pesa solo per il 7,2% rispetto al 23% del manifatturiero, che aggrega i comparti industriale, auto, chimico, risorse e materiali di base. Certamente, la composizione dell’attività economica di un paese è molto più variegata di quanto non possa essere espresso da un indice di borsa, che offre però uno spaccato significativo e, in particolare, sintetizza la struttura di un modello di crescita, risultato di scelte fatte tanti anni fa e non può essere cambiato nell’arco di breve tempo. L’indice azionario Usa esprime un contesto e uno spirito imprenditoriale che, 40 anni fa, permetteva la nascita della Silicon Valley, dove sono nate e sono state coltivate le idee che hanno reso possibile gran parte dell’innovazione tecnologica dei nostri tempi. In Europa, nello stesso periodo, si guardava al futuro pensando più all’importanza di trovare un assetto politico che economico-industriale. La caduta del Muro di Berlino diventò la spinta decisiva per realizzare con maggiore vigore l’Unione Europea che, con l’introduzione dell’euro, avrebbe dovuto fare una serie di scelte per diventare più competitiva, resiliente e autonoma, trasformandosi in una federazione di stati per evitare un declino economico e ricoprire un ruolo geopolitico».

Ma non è successo…

«Tutto ciò non è stato fatto, ma viene rispolverato ogni qualvolta figure meritevoli di essere ascoltate, come Mario Draghi o Christine Lagarde, affrontano il tema della crescita. Purtroppo, devo ammettere, sono argomenti di cui si parla da un quarto di secolo, ma ben poco è stato fatto in concreto: dalla Banking union alla Fiscal union, passando per la Capital market union, i progressi sono stati esigui. Soprattutto, questi aspetti non costituiscono delle criticità nelle maggiori economie mondiali, ma sono un grande limite per l’Europa, un’economia enorme con una serie di fragilità che impediscono di competere come si dovrebbe con il resto del mondo. Influiscono, in questo senso, gli interessi dei singoli stati membri dell’Unione e l’incapacità dei politici di andare oltre il “particulare” e, soprattutto, di fare sì che ogni decisione presa sia frutto di una scelta consapevole. Non mi riferisco all’introduzione di un controllo dello stato nell’attività d’impresa privata, ma non si può neppure lasciare al caso il destino di una nazione. E quest’ultimo aspetto vale anche per l’Italia».

A che cosa si riferisce nello specifico?

«Il nostro Paese ha venduto diverse attività, cosa che altre nazioni non hanno fatto in egual misura. Basterebbe considerare i grandi gruppi in Francia, Spagna e Germania, e confrontarli con quelli italiani per capire che è stata presa una diversa direzione nell’organizzazione industriale. L’Italia è cambiata molto dagli anni ’70, quando c’era una presenza dello stato molto consistente nell’economia, grazie anche a una maggiore apertura dei mercati. Ciò nonostante, il nostro tessuto imprenditoriale rimane parcellizzato, caratterizzato da una fortissima presenza di aziende medio-piccole e di micro dimensioni».

Come spiega questa caratteristica configurazione delle imprese?

«Una motivazione potrebbe essere la capacità di finanziamento di un’attività: se l’idea è brillante, negli Stati Uniti trova diversi canali cui attingere (mercato azionario e obbligazionario, mercati privati e banche), mentre in Europa, e quindi anche in Italia, incontra molte più difficoltà. E probabilmente la ragione è la mancata Unione dei mercati dei capitali, avviata nel 2015, per integrare le piazze finanziarie nazionali in un unico mercato europeo. Inoltre, come è emerso dall’Imd World Competitiveness Ranking 2025, l’Italia è classificata al 43° posto su 69 economie analizzate: c’è troppa burocrazia, la pressione fiscale è elevata, i tempi della giustizia sono lunghi. Sono tutti fattori che disincentivano anche la presenza di capitali esteri, lasciando così le imprese sempre più legate alle banche e con maggiori difficoltà di crescere».

Gli Stati Uniti hanno però investito molto per aumentare la produttività e, di conseguenza, anche la loro competitività…

«Le aziende americane hanno goduto di consistenti stimoli economici, ma hanno alla base del loro sviluppo un processo che è ben oliato. Mi riferisco alle collaborazioni che esistono tra le imprese e le università americane più rinomate per sviluppare, ad esempio, nuove tecnologie nell’ambito della difesa, che danno vita a un meccanismo virtuoso: le aziende finanziano gli atenei che, avendo più budget a disposizione, possono attrarre le migliori menti a livello mondiale. Le tecnologie che vengono utilizzate per la difesa, sono poi impiegate anche a uso civile e contribuiscono ad aumentare la produttività. Questo tipo di processo in Europa è presente, ma in modo molto limitato, poiché non esiste una difesa comune e le risorse allocate dai singoli paesi a questa voce di spesa sono state, sino allo scorso anno, molto contenute. Tradotto in altri termini: uno sviluppo tecnologico inferiore si traduce in una produttività più bassa e minore crescita potenziale. Una bassa produttività fa sì che anche i salari non salgano. A ciò si aggiunge il livello di educazione scolastica che, in Italia, vede i livelli di formazione della scuola primaria e secondaria in peggioramento (vedi i risultati Pisa), mentre le menti migliori fuggono all’estero».

L’aumento della spesa per la difesa in Europa diventa quindi un passo strategico per fare crescere la produttività?

«Si può sperare che non sia una leva fiscale usata una tantum e che abbia un utilizzo oculato, che tenga cioè conto dell’impiego della tecnologia nella difesa. Se si decidesse di aumentare le risorse per questa voce di bilancio, sarebbe necessario che diventasse una spesa strutturale e condivisa dagli altri membri dell’Unione: solo in questo modo la misura si tradurrebbe anche nella realizzazione di partnership tra enti pubblici e privati, che coinvolgano le università nella realizzazione di progetti remunerativi».

Che cosa potrebbe succedere all’Europa, se non ci fosse un cambio di passo?

«Non è che, sic stantibus rebus, l’Europa andrà in recessione perenne: avrà un tasso di crescita potenziale che sarà più basso di quello cinese e americano e non omogeneo tra i vari stati membri. L’importazione della tecnologia potrebbe portare a un’accelerazione della produttività, ma non della stessa intensità rispetto alle due più grandi economie mondiali, dove il reddito medio pro capite salirà più velocemente, aumentando così il divario con il Vecchio Continente. Senza un cambio di passo, c’è la possibilità che sempre meno soldi arrivino sul mercato dei capitali per la diminuzione del potere d’acquisto dei salari reali e che, di conseguenza, diminuiscano anche le risorse per le aziende che si devono finanziarie sul mercato. Si è creato un circolo vizioso che può essere rotto, ma occorre coraggio politico: è necessario che qualcuno si assuma la responsabilità di un cambiamento strutturale non pensando alla prossima tornata elettorale. E probabilmente occorre anche una consapevolezza maggiore dei cittadini, che non dovrebbe limitarsi alle preoccupazioni per l’aumento del costo della benzina, possibile impedimento per le vacanze estive».

L’Italia è il riflesso di questo scenario europeo?

«L’Italia è un paese dove gli estremi sono più evidenti: dal debito pubblico all’instabilità politica, dai salari asfittici alla demografia. Se una di queste singole voci viene lasciata correre può avere un effetto importante sull’aggregato, più di quanto accade in altri stati membri. Indubbiamente, bisognerà vedere che cosa succederà in Francia e in Germania se la destra estrema vincerà le prossime elezioni. Continuerà ad aderire ai principi che guidano l’Unione? Avrà sempre un rapporto privilegiato con gli Stati Uniti? Nel frattempo, veniamo da un periodo in cui non c’è stato un peggioramento del merito creditizio italiano: c’è stabilità politica e non è stata attraversata alcuna recessione, nonostante quest’ultima fosse vista come un rischio a livello globale. La situazione del nostro Paese è migliore rispetto al periodo pre-pandemia, grazie anche ai 230 miliardi di euro del Pnrr da investire ricevuti dall’Europa. Il tempo ci dirà quale sia stato l’effetto moltiplicatore di questo ammontare ex-post, ma, come sempre, conta sempre il tessuto economico su cui si è innestato. I finanziamenti europei per la Spagna, ad esempio, sono stati un vero e proprio volano che ha permesso tassi di crescita elevati perché già c’era un’infrastruttura di base efficiente». 

Quanto la preoccupa la situazione geopolitica?

«Dal punto di vista economico non mi preoccupa. Se considero il comportamento dei mercati finanziari, traggo un sospiro di sollievo: dopo uno shock, si prezza subito la ripartenza.  È infatti molto più probabile che, in Medio Oriente, sia l’interesse economico a prevalere su quello politico, visto che una guerra non avvantaggia nessuno, oppure che subentri un affaticamento, dettato dal tempo, tale da considerare (purtroppo) una non notizia il proseguimento del conflitto in Ucraina. Da un punto di vista economico, considero la guerra nel Golfo uno shock localizzato e temporaneo, che potrebbe provocare pressioni inflative su alcune categorie, ma senza  che dia inizio a una iperinflazione».

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Responsabile Clienti Istituzionali Fondi&Sicav

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