La gen Z fa impresa

Per coloro che sostengono che i giovani siano fragili, assenti, senza idee chiare, Distilleria Indie è la riprova che spesso ci si alimenta di luoghi comuni, anziché conoscere la realtà nelle sue tante sfaccettature. Fondata nel 2019 da due giovani, Saverio Bertagni e Francesco Marcucci, sulle montagne della Garfagnana, è costituita da «un gruppo di giovanissimi ragazzi e ragazze della generazione Z che hanno deciso di investire su un gin innovativo e sostenibile, di pari passo con i cambiamenti della nostra società e del nostro Pianeta». Be Private ha intervistato Saverio Bertagni, per conoscere non solo il progetto, ma quali sono state le ragioni che hanno spinto due ragazzi a realizzare la prima azienda carbon-negative italiana nel settore beverage.

Ci racconta come e dove nasce Distilleria Indie?

«Distilleria Indie nasce da una scelta contro corrente. Mentre i giovani tendono a spostarsi nelle grandi città, se non addirittura fuori dall’Italia, io e Francesco Marcucci abbiamo deciso, una volta conseguita la laurea, di rimanere nel territorio in cui siamo nati e cresciuti e di lanciare proprio qui una nostra attività. Anziché costruire il nostro futuro altrove, abbiamo scelto di mettere al centro la terra da cui proveniamo e realizzare un progetto che potesse ridare linfa a luoghi che stanno conoscendo un continuo spopolamento. Viviamo in borghi di circa 10 mila abitanti dove trovare lavoro non è facile, perché non ci sono grandi aziende e neppure l’orografia ne favorisce la presenza e lo sviluppo. L’idea che ci ha spinti a realizzare qualcosa che avesse profonde radici nel territorio è stata di colmare alcune lacune in tema di internazionalizzazione del settore delle bevande che, insieme al cibo, costituisce un tratto distintivo dell’economia italiana».

Una sfida importante…

«Siamo consapevoli di avere intrapreso un percorso a lungo termine, anche perché, nel nostro caso, il mercato estero pesa solo per il 5% del nostro fatturato. Tuttavia, abbiamo analizzato l’industria dei superalcolici, che è fortemente polarizzata: da un lato i grandi gruppi industriali, dall’altro le piccole e le piccolissime realtà. La nostra distilleria “Indie”, ossia indipendente, ha l’ambizione di occupare un posto tra questi due poli sulla base di tre pilastri. Il primo è una produzione a vista, nel territorio toscano, collegata alla natura. Chi vuole può venire a visitare la nostra realtà e i luoghi che ci ospitano, così come di fatto avviene già nel mondo del vino, alimentando in questo modo altre attività presenti nella zona. Un ritorno del turismo nella nostra valle ne permetterebbe non solo la valorizzazione, ma darebbe vita anche a una nuova imprenditorialità, grazie al turismo straniero. Il secondo è operare in modo sostenibile, compensando tutte le nostre emissioni di Scope1 (emissioni dirette da fonti di proprietà) e Scope2  (emissioni indirette derivanti dall’energia acquistata e consumata) tramite Upt2you, startup innovativa che stima l’impronta carbonica annuale  e che, a sua volta, viene compensata con crediti di carbonio che investono in progetti di riforestazione e creazione di energia rinnovabile. Quest’ultima, nello specifico, viene impiegata nei nostri impianti, dove prestiamo molta attenzione all’utilizzo e al riciclo dei materiali. Il terzo pilastro è l’artigianalità e la qualità, che reperiamo sul territorio e cui teniamo in modo particolare: vogliamo utilizzare prodotti che non hanno scalabilità, ma che ci permettano di realizzare qualcosa di unico, connaturato al contesto in cui operiamo. È il caso dell’Amaro del Riccio Garfagnino, il secondo nostro prodotto più venduto, realizzato con il miele di castagno che riduce l’utilizzo dello zucchero nella bevanda. In questo modo, comperiamo in loco gli ingredienti e, così facendo, rifinanziamo il settore dell’apicoltura, proteggendo così la biodiversità. Il nostro obiettivo è raggiungere un equilibrio tra produzione, territorio e sostenibilità sociale e ambientale, facendo in modo che il progetto abbia solide basi economiche, ma che soprattutto faccia un’operazione di restituzione al territorio, che ci offre molto».

Da quale punto di vista?

«Svolgiamo l’attività in Garfagnana con una clientela diretta ed è fondamentale per noi essere ben percepiti: vorremmo che la distilleria e tutto ciò che ruota intorno a essa diventasse un luogo da vivere che le persone del posto sentano come proprio. Per rendere ciò possibile organizziamo eventi durante i quali invitiamo ospiti a livello internazionale per fare conoscere la nostra realtà, i nostri valori e ciò che siamo».

Tornando al progetto iniziale, come avete deciso di dare vita a Distilleria Indie e come avete proceduto in questi sette anni?

«Nonostante io e Francesco vivessimo in luoghi diversi, frequentavamo lo stesso comprensorio didattico: io studiavo ragioneria, mentre lui era iscritto al liceo scientifico. Facevamo sport insieme, benché lui sia nato nel 1997 e io nel 1999. Ci siamo poi entrambi laureati: io all’Università di Pisa in economia e commercio, Francesco alla Halt Business School a Londra in business management. Un giorno Francesco mi disse che voleva iniziare una carriera imprenditoriale e mi presentò il suo progetto, chiedendomi se mi interessasse farne parte. Gli dissi di sì. Entrambi eravamo motivati a fare qualcosa che non fosse cercare un impiego in città e iniziare una carriera nel mondo della consulenza, per noi un po’ troppo grigio e asettico. Decidemmo così di realizzare qualcosa nel food&beverage, un ambito che, oltre a offrirci una prospettiva di lungo termine, ci piaceva. L’essere giovani, la voglia di feste e di divertimento ci fece pensare al gin. Accadde così che nel 2019 nacque Ambrosia Gin, proprio nel momento in cui era cresciuto molto l’interesse per questo superalcolico con sapori mediterranei. La prima produzione fu delegata a terzi con la nostra ricetta e la nostra bottiglia: volevamo vedere se l’idea che avevamo avuto avesse le basi per essere perseguita. Desideravamo fare qualcosa di nuovo in un contesto non ricco di simili iniziative».

Ma Ambrosia Gin è stata solo un primo passo della vostra carriera imprenditoriale…

«Ambrosia Gin è stato il punto di partenza, il lancio di un marchio che rappresentava la Garfagnana, la Toscana, ma che necessitava a un certo punto, visto il riscontro iniziale favorevole, di realizzare in proprio la produzione per potere avere un vero e proprio impatto sul territorio. Fu così che nel 2022 decidemmo di dare vita a Distilleria Indie che, trainata da Ambrosia Gin, iniziò a creare nuove bevande per noi e per conto terzi. Questa decisione ci portò ad assumere alcuni dipendenti della zona e a rilevare una vecchia azienda abbandonata. Nel 2023 entrammo nella ristorazione lanciando l’abbinamento del cocktail alla pizza, una scelta fatta mutuando quanto avevamo visto accadere nel mondo della birra. Anche nel preparare questo piatto, un’attività completamente indipendente dalla distilleria, avevamo cercato di valorizzare il territorio: con la pizza del mese utilizzavamo, e continuiamo a farlo, prodotti autoctoni. Quella di aprile, ad esempio, è stata a base di lardo locale, ortica e santoreggia. E ci teniamo che sia così, perché, in questi anni, abbiamo realizzato una serie di partnership con aziende locali, che aiutiamo a promuovere i loro prodotti attraverso la nostra conoscenza dei social media. È un ottimo connubio tra chi crea prodotti di qualità elevata e chi utilizza la digitalizzazione per farli conoscere. Tra l’altro, nell’arco di pochi mesi apriremo un’altra pizzeria sempre in Garfagnana. L’idea di fondo è ampliare il nostro portafoglio di attività, riuscendo ad avere un pieno controllo della filiera: dalla vendita delle botaniche a quando le trasformiamo, le imbottigliamo e realizziamo il cocktail, ricevendo un riscontro dal cliente per capire quale sia stata la sua “experience”.  La società è stata fondata da me e Francesco, ma abbiamo aperto a nuovi soci e se domani ci fosse un investitore/azienda importante, con esperienza, interessato a finanziare la nostra crescita saremmo ben felici di accoglierlo».

Diventare imprenditori è stata una scelta legata a un contesto familiare?

«Sia io, sia Francesco abbiamo l’esempio di un imprenditore in famiglia e forse ciò ci è servito a entrare in contatto con questo tipo di mondo e a comprendere che l’imprenditorialità permette di essere padroni del proprio destino sotto certi aspetti, ma comporta anche responsabilità. Abbiamo però avuto la grande fortuna di essere stati lasciati liberi di decidere con consapevolezza il nostro futuro; ci hanno cresciuti con un’apertura mentale che ci ha permesso di essere reattivi e sensibili a ciò che ci circonda, insegnandoci anche l’importanza di trarre felicità da ciò che si fa. E questo è un aspetto cui teniamo molto. Certo, vogliamo crescere, siamo lavoratori indefessi, abbiamo i nostri obiettivi da raggiungere, ma alla fine della giornata vogliamo essere felici, per noi stessi. Ci sono giovani cui questo aspetto sfugge e rischiano di chiedersi più in là negli anni che cosa avrebbero potuto fare di diverso per sentirsi meglio dentro. I nostri genitori ci hanno aiutati a interrogarci e a porci delle domande su che cosa comporta fare una determinata scelta. Il tempo di ciascuno di noi è limitato, è una finestra che si apre e si chiude all’interno della quale dobbiamo trovare ciò che ci fa stare bene, che nel nostro caso, come imprenditori, significa finire la giornata contenti di avere fatto qualcosa di proprio».

Quante persone siete in azienda e come scegliete i vostri collaboratori?

«Attualmente siamo in 15: tutti con la stessa filosofia d’impresa. Per noi è fondamentale che i nostri collaboratori siano contenti di svolgere il loro lavoro: offriamo loro ciò che le nostre dimensioni consentono. Siamo troppo piccoli per offrire un percorso di carriera, ma possiamo farli partecipare alla creazione di un’impresa. Cerchiamo persone flessibili, che condividano con noi gli obiettivi e siano proiettati verso una crescita futura e desiderosi di apprendere ogni giorno. Siamo nati da poco, abbiamo messo a terra una nostra idea, ma abbiamo molto da imparare: siamo un’azienda giovane, da tutti i punti di vista. La distilleria è stata aperta solo quattro anni fa e per noi è un mondo ancora in definizione, tutto da scoprire. Non ricerchiamo profili specifici o curriculum di studio particolari, perché pensiamo che le competenze si apprendano e non siano certificate da un titolo di studio: la differenza è tra chi vuole imparare e dedica del tempo per farlo e chi pensa di avere raggiunto il proprio obiettivo dopo essersi diplomato o laureato. Personalmente sto seguendo un master in marketing all’Esade Business School di Barcellona, ma non mi sento superiore a chi si è fermato alla media inferiore. Il percorso universitario serve per avere un’istruzione, per ampliare la mente, per permetterci di avere un futuro aperto, interessante, culturalmente di spessore e più libero».

Vi si può definire un’azienda gen Z?

«Certamente, lo certifica anche la nostra età. Ci piacerebbe che lo spirito che ci ha animati fosse condiviso da altri giovani, pronti a ripopolare questa valle aprendo la propria attività. Spesso ci si nasconde dietro le dinamiche dei mercati che spazzano via le piccole o micro attività, senza però cogliere opportunità nuove che si presentano e potrebbero essere colte solo se ci fosse la voglia di mettersi in gioco, di innovare. Tutto dipende dal singolo individuo: ogni risultato futuro sarà determinato dalle nostre azioni. Non serve lamentarsi della situazione in cui ci si trova, come fanno alcuni miei coetanei, invece di cambiarla. La generazione dei miei genitori ha fatto le proprie lotte. Noi giovani non le facciamo andando in piazza a protestare, ma possiamo farlo nell’essere soggetti attivi nella costruzione del nostro futuro, rimboccandoci le maniche».

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Responsabile Clienti Istituzionali Fondi&Sicav

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