La proiezione dell’India a potenza globale

Siamo in una fase di transizione e di grande cambiamento, con nuovi attori che si affacciano sullo scenario mondiale rivendicando un ruolo di rilievo nella decisione degli scenari futuri. L’interesse nei confronti dell’India è in aumento per una serie di ragioni politiche ed economiche. Be Private ha discusso di questo tema con Aldo Pigoli, docente di geografia economica e analisi dei mercati internazionali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

L’India è una futura potenza globale?

«Sì, l’India è già oggi una potenza regionale con proiezione globale, cresciuta significativamente negli ultimi 20 anni. Ha intrapreso questo percorso dopo la Cina, date le differenti condizioni di partenza e un sistema molto più complesso sotto il profilo politico interno. È la più popolosa democrazia del mondo, la quarta economia globale per Pil nominale, la terza per parità di potere d’acquisto e un hub strategico per tecnologia, servizi e manifattura. Si sta attrezzando, sotto vari punti di vista, in ambiti strategici quali l’intelligenza artificiale, l’aereospaziale, le telecomunicazioni e l’automotive. Quest’anno, secondo le proiezioni del Fondo Monetario Internazionale, dovrebbe superare il Pil del Giappone e, in futuro, si attesterà tra le maggiori potenze economiche. Il suo posizionamento tra Occidente e Sud globale la rende un attore imprescindibile nelle dinamiche multilaterali. Ciò è quanto emerso, in modo significativo, durante il G20 tenutosi a Nuova Delhi nel 2023. In quella occasione, per rivendicare la propria identità e una certa autonomia rispetto al passato, soprattutto dalle influenze culturali e politiche occidentali, il governo ha deciso di utilizzare il termine Bharat (forma abbreviata del nome “Bharatavarsha” in lingua sanscrita e uno dei modi per chiamare la nazione). L’India è uno stato che, nella guerra in Ucraina, non si è schierato, pur essendo un partner della Russia per ragioni di carattere energetico e militare, fedele alla volontà di proporsi come una forza equilibrista rispetto ai temi e ai rapporti. Ha riconosciuto il sistema internazionale, cercando però di modificarlo a favore di quei paesi che ne sono stati esclusi: da sempre è stata la paladina del non allineamento e dello sviluppo sostenibile (ossia indipendente) delle nazioni. Tuttavia, la piena affermazione come potenza globale dipenderà dalla sua capacità di tradurre peso economico e demografico in influenza strutturata, senza restare schiacciata nella dicotomia tra Stati Uniti e Cina».

Che cosa manca all’India per diventare una potenza globale?

«Il Paese ha bisogno di avere una forte identità propria, difficile da ottenere e consolidare in un tessuto sociale e culturale così complesso. Inoltre, da un punto di vista economico, se è indubbio che l’India è in forte crescita, l’ambizione di diventare un punto di riferimento delle filiere a livello internazionale è un obiettivo non ancora raggiunto. Per ora, la sua partecipazione a queste ultime è contenuta e certamente non allo stesso livello del Pil che esprime».

Come si colloca l’India all’interno dei nuovi equilibri globali?

«L’India si propone come forza di equilibrio, non di rottura. Non intende aderire a logiche di blocco, ma rafforzare la propria autonomia strategica. Collabora con gli Stati Uniti nel Quad (Dialogo quadrilaterale di sicurezza, una cooperazione strategica tra Australia, India, Giappone e Stati Uniti) e in ambito tecnologico, ma mantiene legami con la Russia e promuove il multilateralismo attraverso i Brics e il G20. In un sistema internazionale sempre più frammentato, l’India si presenta come partner affidabile per più interlocutori, in grado di parlare, sia con l’Occidente, sia con il Sud globale. A livello di rapporti commerciali, dal dopo-Covid gli Usa sono il principale partner con oltre 130 miliardi di dollari di interscambio. Altri grandi partner sono la Cina, nei cui confronti l’India subisce un deficit importante, ma anche gli Emirati Arabi Uniti. Il rapporto con l’Unione Europea non è trascurabile ed è andato crescendo nel corso dell’ultimo decennio: considerando in blocco i Paesi europei, l’Ue è il secondo partner commerciale, con oltre il 10% del totale dell’interscambio indiano. Tuttavia, per quest’area, l’India è il nono e conta poco più del 2% del commercio di beni. Nel prossimo futuro è probabile che cercherà di rafforzare una “rete parallela” di alleanze flessibili (Quad, I2U2, India-Middle East-Europe Corridor-Imecc) per evitare di restare schiacciata in un’architettura sinocentrica. In particolare, citerei l’I2U2 Group, anche chiamato Middle Eastern Quad or Western Quad, una partnership strategica annunciata nel luglio del 2022 per investimenti comuni e nuove iniziative nei settori idrico, energetico, dei trasporti, spaziale, sanitario e alimentare. C’è poi anche l’Imecc, lanciato al G20 di Nuova Delhi del 2023, fortemente sponsorizzato dagli Usa di Biden e dall’attuale presidenza Trump, che mira a rafforzare l’integrazione dell’India nelle filiere produttive e commerciali tra Europa, Medio Oriente e Asia e a fare diminuire la centralità cinese».

È aumentata la competizione tra Cina e India?

«L’India, come accennavo in precedenza, ragiona sempre in termini di partnership, senza porsi in modo dicotomico. È vero che il legame con gli Stati Uniti è andato rafforzandosi sotto tanti punti di vista, ma, contestualmente, Nuova Delhi non è asservita a Washington. Le interlocuzioni legate alla questione dei dazi ne sono una testimonianza, anche se ritengo che ciò non vada a inficiare radicalmente la relazione tra i due stati, che sono tra loro strettamente connessi in ambito, sia commerciale, sia nucleare (in quest’ultimo campo gli Stati Uniti sono sempre stati un garante per l’India). Il Paese ha rapporti strutturati in diverse aree del mondo e ciò lo pone in competizione con la Cina, senza diventarne però nemico. È indubbio che lo scontro commerciale tra Usa e Cina ha portato le aziende a diversificare la loro produzione, individuando nell’India un’alternativa che si sta attrezzando per diventare appetibile in termini di investimenti. Dall’altro lato, però, non va dimenticato che la nazione fa parte dei Brics, ha legami storici con il Brasile e il Sudafrica ed è un membro molto attivo del G20, dato che sposa la linea che il sistema internazionale debba essere multipolare».

È che c’è un proliferare di accordi e di alleanze che non aiutano a chiarire come i singoli paesi si stiano muovendo sullo scacchiere mondiale….

«È finita l’epoca in cui gli schieramenti sono delineati in modo chiaro: le alleanze sono a geometrie variabili, molto tattiche nella maggioranza dei casi e solo poche volte strategiche. L’India fa parte di vari consessi: è sempre stata una fautrice dell’Onu e ha lavorato al suo interno (vedi il ruolo nel peace keeping), partecipa ai Brics, dove i suoi membri hanno sicuramente una visione revisionista del sistema internazionale, che non deve, cioè, essere più guidato esclusivamente dall’Occidente, ma non sempre è allineata con le posizioni russe o cinesi. Inoltre, gli stessi Brics si stanno sempre più allargando ad altre nazioni, senza che vi sia l’egemonia di alcuna: la triade Russia, India e Cina è più una rappresentazione figurativa agli occhi di noi occidentali che l’espressione di una posizione di forza all’interno del gruppo».

Che cosa significa quindi fare parte dei Brics?

«Significa entrare in un gruppo eterogeneo, ma simbolicamente potente, di paesi che contestano l’ordine economico internazionale dominato dall’Occidente. L’allargamento, pur aumentando il peso economico e demografico del gruppo, rende più difficile trovare una linea comune. Con l’acronimo Brics, infatti, non si intende un’organizzazione con uno scopo ben definito: il termine è stato coniato nel mondo della finanza con la finalità di identificare alcune economie emergenti in crescita. Con il trascorrere del tempo questa realtà si è poi strutturata e ha creato infrastrutture politiche ed economico-finanziarie, ma non si è mai dotata di una strategia comune per il futuro, se non nell’affermare la necessità di rivedere l’ordine internazionale. Vi sono interessi divergenti (tra Cina e India, tra economie emergenti di tipo estrattivo e industriale) che complicano l’efficacia del coordinamento.  L’India partecipa alle iniziative dei Brics con l’obiettivo di promuovere un sistema multipolare e riformato, senza però rompere i legami con il mondo occidentale. È un equilibrio sottile: l’India usa questo gruppo per rafforzare la propria voce, ma non per legarsi a visioni radicali o a una contrapposizione frontale con gli Stati Uniti o l’Europa. Per il Paese, l’allargamento può essere un’opportunità per rafforzare il suo ruolo nel Sud globale, ma anche una sfida se i Brics dovessero evolvere in senso troppo sinocentrico».

Qual è, a suo parere, il ruolo che l’India eserciterà all’interno del Sud globale?

«L’India mira a essere leader “morale” e operativo del Sud globale. Lo fa attraverso la diplomazia sanitaria, il trasferimento tecnologico, le infrastrutture e la cooperazione Sud-Sud. Il suo messaggio è chiaro: uno sviluppo che sia inclusivo, multilaterale e non dipendente da logiche di potenza. Il successo di questo approccio dipenderà dalla coerenza delle sue politiche internazionali e dalla capacità di mantenere credibilità tra partner molto diversi tra loro. Tuttavia, il modello indiano è difficile da identificare, poiché, nonostante il modo in cui viene presentato, rivela le caratteristiche di un paese che ragiona anche da potenza. Certamente, negli ultimi anni c’è stato un rafforzamento politico legato alla figura del primo ministro, Narendra Modi, che ha visto la democrazia indiana connotarsi sempre più di toni nazionalistici, ma l’India rimane una nazione complessa, composta da realtà diverse, che si è unificata politicamente meno di un secolo fa».

Il G20 sta assumendo un ruolo più di rilievo?

«Sì, anche grazie alla leadership di paesi come l’India, il G20 si è rafforzato come piattaforma di dialogo tra economie avanzate e altre in via di sviluppo. La presidenza indiana nel 2023 ha mostrato la capacità di costruire ponti tra visioni differenti, promuovendo temi come la riforma della governance finanziaria internazionale, la transizione energetica e il debito dei Paesi del Sud. In un’epoca di crisi del multilateralismo classico, il G20 si configura come spazio di mediazione e coordinamento pragmatico».

India e Cina: due potenze a confronto.

«Sono due giganti asiatici, ma con approcci radicalmente diversi. La Cina è una potenza assertiva, centralizzata, con un progetto globale esplicito (la Belt and road initiative). L’India è più cauta, con una visione basata sull’autonomia strategica e sul rispetto della sovranità altrui. Le tensioni sul confine himalayano e la rivalità nei mercati emergenti rendono il rapporto competitivo, se non conflittuale, nonostante le interdipendenze economiche».

Quali sono i punti di forza e di debolezza di questi due modelli di sviluppo?

«La Cina ha mostrato grande capacità di pianificazione e rapidità nell’esecuzione, ma paga oggi il prezzo dell’eccessiva dipendenza dal settore immobiliare e di una governance opaca. L’India è più disordinata, ma anche più resiliente, grazie a un sistema pluralista e a un settore privato dinamico. In prospettiva, la demografia, la digitalizzazione e la democrazia rappresentano per l’India tre leve decisive per attrarre investimenti e rafforzare la sua posizione globale. Ovviamente, bisogna considerare le modalità con cui l’attuale e i futuri governi indiani sapranno gestire la delicata situazione politica interna, evitando una deriva verso forme non inclusive nei confronti delle minoranze religiose e dell’opposizione politica. Altrimenti, ne risulterà un rischio in termini di soft power indiano a livello mondiale».

Nessun rischio che i due stati entrino in collisione?

«È una domanda cui è difficile rispondere, perché è tutto in evoluzione. Penso che non ci sarà mai una guerra aperta tra India e Cina; quanto avvenuto negli anni ‘60 è stato un conflitto molto circoscritto e breve, legato a una questione di confine. Inoltre, entrambe sono in un’area ritenuta fondamentale per la stabilità del sistema internazionale, dove gli attori si muovono affinché non scoppi una crisi severa. Chiaramente, i due Paesi hanno modelli diversi: più pianificato e rapido nelle esecuzioni quello cinese, più complesso quello indiano. Bisognerà vedere quale sarà la capacità di crescita dell’influenza dell’India rispetto a quella della Cina».

Come descriverebbe il rapporto tra India e Pakistan?

«È una delle faglie geostrategiche più pericolose al mondo. Il conflitto indo-pakistano resta congelato, ma mai risolto, soprattutto a causa della questione del Kashmir. Entrambi i Paesi sono potenze nucleari e il rischio di escalation, anche accidentale, resta una variabile con significative probabilità. Tuttavia, l’India guarda oltre le tensioni con il vicino, concentrando le sue risorse diplomatiche e strategiche altrove, mirando a contenere la Cina e a rafforzare il proprio ruolo globale».

E le relazioni tra India e Russia?

«È un legame storico, basato su cooperazione militare, energetica e tecnologica. Anche dopo l’invasione russa dell’Ucraina, l’India ha mantenuto una posizione di equilibrio, senza allinearsi alle sanzioni occidentali. Tuttavia, il rapporto è in progressiva ridefinizione: Nuova Delhi cerca di ridurre la dipendenza da Mosca e di diversificare i propri partner strategici, pur mantenendo un dialogo costante per motivi di sicurezza e stabilità regionale. Ma dal punto di vista economico, l’India guarda più a Ovest (Usa, Europa) e a Est (Sud-Est asiatico, Giappone) per attrarre investimenti e tecnologia. La Russia ha poco da offrire se non gas, petrolio e una tecnologia militare da cui il Paese cerca di rendersi indipendente. Il rischio per Nuova Delhi è di trovarsi legata a un partner declinante, quello per l’Occidente è di sottovalutare l’importanza che l’India attribuisce alla propria autonomia strategica».

Quindi occhi sempre più puntati sull’India?

«L’Occidente mira a investire maggiormente nella nazione, a tessere rapporti più solidi, a delocalizzare o creare partnership in settori strategici e a rivedere le filiere del valore. Ma anche la Cina cerca di coinvolgere sempre di più l’India per perseguire i propri interessi: da un lato la considera un paese concorrente, ma dall’altro può essere un alleato economico».

L’India è la nuova Cina?

«L’India non è la nuova Cina, ma una potenza globale emergente con una strategia propria: pluralista, autonoma e multilivello. In un mondo che si deglobalizza e si frammenta, il Paese offre un’alternativa strategica e di lungo periodo a chi cerca stabilità, crescita e accesso ai mercati del Sud globale. Probabilmente non sarà mai un impero, come gli Usa o come lo sta diventando la Cina. Tuttavia, per investitori e policymaker, comprendere la traiettoria internazionale dell’India è oggi più che mai una necessità, non un’opzione».

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Responsabile Clienti Istituzionali Fondi&Sicav

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