Una fase propizia per l’India
È il Paese più popoloso al mondo, con un’età media della popolazione molto bassa, ed è una delle economie più vivaci degli ultimi anni. Sono pa
ssati quasi 80 anni dalla sua indipendenza durante i quali è nato e cresciuto un sistema democratico. Be Private ha discusso del tema con Nicola Missaglia, responsabile dell’India desk, dell’Ispi.
L’India viene spesso definita come “la più grande democrazia del mondo”. Lei caratterizzerebbe il Paese in questo modo?
«L’India è e rimane una grande democrazia, è fuori di dubbio. Lo dicono innanzitutto i numeri: è il Paese più popoloso e negli ultimi due anni ha superato la Cina, il cui sistema è palesemente autocratico. È indubbiamente una democrazia giovane, nata dopo la fine dell’Impero britannico e all’indomani della conclusione della seconda guerra mondiale, ma ha avuto una traiettoria sorprendente, viste le condizioni di estrema indigenza in cui la nazione era stata lasciata dopo anni di colonialismo e la vasta diversità culturale, religiosa e linguistica al suo interno. Quest’ultimo è un aspetto non trascurabile, poiché proprio la coesistenza di queste differenze ha generato anche la nascita di moti separatisti. Non era scontato che l’India, dopo la dipartita degli inglesi e la partizione con il Pakistan, rimanesse un paese solido. Ciò è stato reso possibile grazie alla costituzione e alla realizzazione di istituzioni democratiche che, nonostante le molteplici difficoltà, hanno funzionato, riuscendo a tenere unita la nazione, a smorzare le divisioni presenti nella società e a controllare la violenza che l’ha sempre attraversata».
Nel 2014 il Bharatiya Janata Party ha ottenuto alle elezioni la maggioranza parlamentare assoluta e ha nominato primo ministro Narendra Modi. Ritiene che sia stato un punto di svolta del Paese?
«Dal 2014 si è insediato un governo esplicitamente nazionalista, guidato da un partito che non è nuovo e appartiene a una corrente di pensiero che ha sempre accompagnato la storia della repubblica indiana, anzi era già presente durante il colonialismo britannico. La vittoria del Bharatiya Janata Party (Bjp) nel 2014 ha avuto una risonanza significativa, poiché, per la grande parte del XX secolo, non aveva mai ottenuto una maggioranza assoluta e non aveva quasi mai governato l’India. Nel Paese hanno sempre convissuto, da un punto di vista politico, due anime: una conservatrice e l’altra progressista. La prima è rappresentata dal Bjp, la seconda dal partito del Congresso (India National Congress, Inc). Nei primi anni del ‘900, quando si sono creati i movimenti indipendentisti guidati da Ghandi e Nehru, i grandi padri fondatori della Repubblica appartenenti all’Inc, erano già presenti formazioni più nazionaliste che volevano, anch’esse, liberarsi dal colonialismo. Tuttavia, il partito del Congresso è stato, in linea di massima, la forza politica più presente nei governi che hanno guidato la nazione. Dagli inizi degli anni 2000 il Bjp ha preso maggiormente piede».
Il Bjp è un partito per sua vocazione nazionalista?
«Sì, ma al suo interno vi sono correnti, alcune più riformiste, altre più radicali. Con Modi c’è stata appunto una svolta, vista l’affermazione di questo leader dotato di una grande abilità retorica, una forte immagine e una capacità d’identificazione con l’indiano medio: il Bjp si è fortemente personalizzato in questi anni. Ci sono stati alcuni giri di vite rispetto ai diritti civili e alle minoranze, ma, per riprendere la domanda iniziale, non si può certo dire che l’India non sia più una democrazia. Le elezioni vengono tenute regolarmente in modo libero e sono molto partecipate, come è avvenuto nella più recente chiamata alle urne che ha visto il partito di maggioranza riportare un risultato al di sotto delle attese; è stato così costretto a formare una coalizione di governo. Le istituzioni, di tanto in tanto, vengono attaccate, soprattutto la Corte suprema e quelle rappresentative del federalismo indiano. Credo che questo fenomeno trovi spiegazione nella natura dei governi nazionalisti che tendono a centralizzare il potere. In sintesi, l’India continua a essere la più grande democrazia del mondo, sì, ma comincia a presentare alcuni tratti di illiberalismo».
Le caste ancora esistono?
«Il sistema delle caste è stato abolito dalla Costituzione indiana nel 1950, ma permangono nel tessuto sociale: 4 mila anni di storia non si smantellano con un atto legislativo. Nonostante ciò, la mobilità sociale è aumentata, tanto che l’attuale primo ministro non appartiene a una casta alta. Direi, però, che la vera questione è costituita dalle disuguaglianze, anche se a volte questi due aspetti sono le facce di una stessa medaglia».
La personalizzazione della leadership di Modi è un tratto, però, che accomuna diverse democrazie di economie, sia avanzate, sia emergenti…
«L’ elezione di Modi nel 2014 rientra in una tendenza globale di personalizzazione dei partiti, di disintermediazione tra i leader e le popolazioni: è l’emergere del populismo degli anni ’10, che si esprime nella scelta di figure forti. È successo nella Turchia di Erdogan, nel Brasile di Bolsonaro, in Israele con Netanyahu sino ad arrivare agli Stati Uniti di Trump. In questo panorama di nazionalismi all’interno di democrazie, l’India non è quindi un’eccezione».
Perché, a suo parere, queste forme di populismo, si ripropongono in contesti economici estremamente diversi, se non addirittura opposti?
«L’elezione di Trump è avvenuta all’interno di una fase di deindustrializzazione, di generalizzato risentimento rispetto alla globalizzazione che si ritiene l’abbia causata, sebbene si tratti di una semplificazione che non coglie i diversi elementi di una realtà molto più complessa. In altri paesi dell’Asia o del Sud Est asiatico, avviene, invece, in un contesto di crescita, di industrializzazione e di maggiore apertura al mondo. Il caso dell’India ha però alcune peculiarità. Intanto le sacche di povertà e di disillusione sono ancora molto ampie, anche se sono diminuite nel tempo e rimangono un terreno fertile per il populismo. A ciò si aggiunge la crisi lunga e profonda del partito del Congresso, che a sua volta ha alcune dinamiche interne populiste. Basterebbe pensare, a suo tempo, alla figura di Indira Ghandi: una leader fortemente personalizzante e centralizzatrice. Il partito dell’indipendenza, delle riforme, del progressismo e della laicità è oggi diventato un’organizzazione dinastica, con figure politiche impresentabili e, soprattutto, sempre più lontano dalle persone della strada».
E ciò ha aperto la strada a Modi?
«Se Rahul Gandhi, il rampollo dell’Inc non è stato più considerato un interlocutore cui fare riferimento, Modi è riuscito a offrire di sé un’immagine di uomo che si è fatto da solo e proveniente da uno strato sociale popolare. È diventato un esempio per le generazioni più giovani che oramai non hanno nel bagaglio dei loro ricordi le lotte per l’indipendenza del Paese, come è avvenuto per coloro che erano nati negli anni ’40 e ’50. Poi, va detto che i leader sono responsabili nell’indirizzare la narrazione su alcuni temi. Nel nazionalismo di Modi c’è un risentimento verso l’estero, una retorica del Sud globale che rispecchia le retoriche anti coloniali. Inoltre, il primo ministro è induista e non manca di rimarcarlo, rivendicando l’appartenenza a questa religione come un punto di forza e un valore su cui costruire il Paese».
Ma l’attuale primo ministro ha avuto anche il sostegno dei grandi gruppi industriali…
«Anche questi ultimi hanno trovato più convincente il programma di Modi e lo hanno sostenuto, soprattutto nel primo mandato, per la sua piattaforma di riformismo economico, alla luce anche dei risultati conseguiti dal suo governo nello stato del Gujarat dal 2001 al 2014, divenuto in quegli anni una delle regioni più prospere dell’India».
È riuscito a realizzare le riforme che aveva promesso?
«È la terza volta che ricopre questa carica: nel 2014, nel 2019 e nel 2024. Le prime due volte il Bjp aveva ottenuto la maggioranza assoluta. Negli anni prima del Covid-19, che ha forse rappresentato una cesura, sono state realizzate alcune riforme importanti. La prima fra tutte è stata la Gst, ossia la revisione della imposta sul valore aggiunto, che è diventata unica per tutti gli stati dell’India. In precedenza ciascuno imponeva la propria, creando non pochi problemi alla circolazione delle merci e alle esportazioni. La proposta di modifica della tassazione languiva in parlamento già prima della sua elezione, ma è stato Modi che l’ha di fatto realizzata. C’è stato poi un intervento un po’ controverso sulla circolazione di denaro contante: in India una grande parte dell’economia si svolge nel settore informale e, per fare emergere le attività, il governo, dal giorno alla notte, ha messo fuori circolazione tutte le banconote di 500 e 1.000 rupie con l’intento di incentivare la creazione di conti bancari».
Ha funzionato questa misura?
«Ci sono luci e ombre. Molte persone che svolgevano lavori informali si sono trovate senza risorse. Tuttavia, è vero che l’esecutivo ha poi spinto molto la digitalizzazione dei conti correnti, rendendo più efficiente le attività bancarie e la distribuzione di sussidi, permettendone così anche il controllo».
E per quanto riguarda i sostegni alle imprese che dovranno fare dell’India la nuova Cina?
«Ci sono stati e, ogni anno, vengono un po’ aumentati nella legge finanziaria, nella realizzazione di infrastrutture, nel miglioramento della connettività. Ma è indubbio che molto deve essere ancora fatto e c’è chi sostiene che difficilmente questo obiettivo sarà raggiunto prima del 2050. È, ad esempio, quanto sostiene Ashley J. Tellis, intellettuale indiano, senior fellow e Tata Chair for Strategic Affairs del Carnegie Endowment for International Peace, in un recente articolo apparso su Foreign Affairs. Secondo Tellis, i tassi di crescita del Paese, pur essendo alti, non lo sono a sufficienza per una nazione così popolosa. L’economia indiana vale circa 4 mila miliardi di dollari, più o meno un quinto delle dimensioni di quella cinese. Per colmare questo divario, dovranno essere fatti ancora consistenti investimenti e non solo pubblici: c’è bisogno che ci sia una maggiore apertura ai capitali privati e, nello specifico, a quelli esteri. Modi si è mosso con molta cautela su questo fronte, nonostante alcuni cambiamenti, e l’economia indiana è fondamentalmente protezionista e chiusa. A mio avviso, manca ancora lo slancio riformista che aveva caratterizzato gli anni ’90, quando il Paese aveva cominciato una politica di liberalizzazioni, e c’è la necessità che si integri maggiormente all’interno della catena del valore. Adesso è il momento propizio perché si vada in questa direzione e credo che Modi lo abbia capito: l’India ha potenzialità che le vengono riconosciute e le relazioni Usa-Cina attraversano una fase delicata».
L’India diventerà un hub manifatturiero?
«Se arriveranno gli investimenti esteri, la presenza statale indiana dell’economia diminuirà e verrà snellita una burocrazia ipertrofica. Ci sono ancora diversi processi complicati che devono essere rivisti; Modi li ha snelliti in questi anni, ma quanto fatto non è ancora sufficiente. Del resto, tutto ciò spiega anche il risultato delle ultime elezioni, dove la perdita di consenso del primo ministro è ascrivibile all’insufficienza delle misure adottate per migliorare l’occupazione. Se si vuole occupare il milione di giovani che ogni mese entra nel mercato del lavoro indiano, indubbiamente una sfida enorme per un governo, bisognerà investire in modo consistente nei settori ad alta intensità di impiego, quindi in quello manifatturiero, che potrà attrarre una parte della produzione che ora viene fatta in Cina. Inoltre, l’India dovrà investire molto, cosa che non è stata fatta in modo sufficiente, nel capitale umano e nella preparazione dei giovani indiani che possono essere assunti da aziende straniere: va alzato il livello dell’istruzione e della formazione. Va anche aumentata l’inclusione delle donne: solo una su tre partecipa alla forza lavoro ed è alto il tasso di abbandono scolastico. Non agire in questa direzione significa sprecare il dividendo demografico che l’India ha oggi: è una nazione che cresce, la cui popolazione ha un’età media di 28 anni, ma se metà delle persone non partecipa al mercato del lavoro formale, la competitività non potrà che risentirne rispetto ad altri paesi del Sud-Est asiatico».
La percentuale del lavoro informale in India rimane elevata?
«La Banca Mondiale ha stimato che sia l’89% ed è interessante notare che, nel settore agricolo, in cui si è ancora in attesa che venga fatta una riforma, l’impiego informale in agricoltura è aumentato durante e dopo la pandemia. Anche sulla base di questa indicazione, sarebbe opportuno, piuttosto che contrastare questo fenomeno, creare un tessuto industriale che generi posti di lavoro».
In India c’è una elevatissima presenza di piccole e micro imprese, una caratteristica che rischia di rendere più difficile la realizzazione del piano “Make in India” di Modi. Che cosa ne pensa?
«È un tessuto produttivo in cui entra in gioco una molteplicità di fattori sociali e culturali che non possono essere ignorati. Smantellare questo sistema, oltre a richiedere tempi lunghi, è un’operazione che non può prescindere dal contesto in cui è stato generato. Ritengo che il primo ministro potrebbe spingere ulteriormente la liberalizzazione del mercato, che è dominato da una manciata di grandi conglomerati, guidati da famiglie che si spartiscono l’economia del Paese. Questa configurazione blocca l’emergere di nuove realtà imprenditoriali che, se nascono, rischiano di essere inglobate da questi colossi. Ma, in merito a queste considerazioni, vorrei fare una riflessione ricollegandomi ancora una volta alla domanda sulla democrazia indiana. L’incredibile crescita della Cina degli ultimi 40 anni, con l’uscita dalla povertà di milioni di persone, è avvenuta con costi altissimi, con politiche verticistiche che hanno tracciato la traiettoria dello sviluppo senza tenere conto degli impatti sociali e ambientali. In una democrazia, qual è l’India, simili misure non sarebbe stato possibile adottarle».
La povertà in India rimane un problema?
«La povertà estrema è oggi al 6% circa, che si traduce in 100 milioni di persone. È un tasso elevato, ma la situazione è molto migliorata negli ultimi quattro decenni e continua la progressione positiva. Non sono però migliorate le disuguaglianze».
La perdita della maggioranza assoluta del Bjp rende più debole il governo e quindi anche il Paese?
«Rimango ottimista. Le elezioni del 2024 hanno fatto emergere una parte dell’insoddisfazione degli elettori e ciò è la dimostrazione che il sistema di pesi e contrappesi in India non solo funziona, ma la rende più efficiente. È vero che alcuni processi decisionali potrebbero subire un rallentamento, però il risultato non brillantissimo potrebbe incentivare Modi a calare il livello della retorica nazionalista e populista, che era stata molto forte durante la scorsa campagna elettorale. Ritengo che il messaggio emerso si traduca in un invito al premier a concentrarsi su questioni più cogenti per il benessere della nazione».
Che cosa gioca a vantaggio dell’India?
«Soprattutto il contesto globale, come dicevo pocanzi, che ritengo continuerà. L’antagonismo tra Stati Uniti e Cina ha messo l’India al centro di tante dinamiche geopolitiche e geoeconomiche. Infine, il fatto che il Paese sia una democrazia lo rende, come partner, più affidabile: è uno dei suoi asset principali e lo fa considerare interessante non solo per l’Occidente, ma anche per il Sud globale, che si sta disilludendo delle promesse cinesi».


