Più di 30 anni di corsa verso il benessere
L’India è un paese che suscita in chiunque se ne occupi, anche superficialmente, molte emozioni contrastanti. La sua storia si estende nel corso di diverse migliaia di anni: la civiltà della valle dell’Indo, infatti, è più o meno coetanea di quella mesopotamica e rappresenta uno dei primissimi esempi di urbanizzazione da parte del genere umano. A ciò si somma, nel corso degli anni, un agglomerato di contributi culturali enormi in quasi tutti i campi, dalle scienze alla filosofia fino alla matematica. Una tradizione di sapienza che produce tutt’oggi un settore tecnologico e una classe di tecnocrati ai massimi livelli mondiali.
La sua popolazione attuale, inoltre, è gigantesca: le ultime stime parlano di circa 1,46 miliardi di esseri umani, la quantità di persone in un solo stato più alta sulla terra. Questo primato è stato raggiunto nel 2022, con il sorpasso sulla Cina. Si tratta, inoltre, di una nazione la cui età mediana è ancora bassa: nonostante un tasso di fertilità sotto il livello di rimpiazzo (circa 1,9 figli per donna), metà dell’immenso popolo indiano ha meno di 28 anni. Si tratta di un dato che posiziona l’economia locale in una sorta di sweet spot quasi ideale per cogliere un potente dividendo demografico nei prossimi decenni.
Questi elementi dipingono, dunque, il quadro di una potenziale super-potenza in grado di scrivere il percorso dell’umanità nel ventunesimo secolo e forse oltre, ma, al contempo, l’India è tuttora gravata da problemi atavici che a lungo ne hanno frenato il potenziale. La forte spiritualità locale non di rado ha portato a conflitti settari brutali e disastrosi e la sua vivace democrazia, in uno dei contesti più multiculturali del mondo, con dozzine di lingue parlate e scritte, in diversi casi ha rallentato l’avvio di politiche fondamentali per lo sviluppo.
Infine, la geografia locale non aiuta particolarmente: la Repubblica Popolare Cinese, infatti, sparge la propria popolazione su un’area di circa 9,6 milioni di chilometri quadrati, mentre il territorio indiano non arriva a 3,3 milioni. Il Dragone vanta inoltre una dotazione di risorse naturali molto maggiore e un grado di navigabilità dei propri grandi fiumi significativamente più elevato, insieme a coste più profonde e frastagliate, fattori che rendono la costruzione di grandi porti orientati al commercio estero più facile. Per tutte queste ragioni, spesso le analisi economiche e geopolitiche sulle potenzialità indiane faticano a trovare un equilibrio incentrato sulla razionalità.
Nel corso della propria storia contemporanea, a partire dall’indipendenza raggiunta dal Regno Unito nel 1947, il Paese ha infatti attraversato lunghi periodi di euforia e, contemporaneamente, fasi di pessima gestione e cupo pessimismo. Chiaramente sintetizzare in maniera adeguata quasi 80 anni di storia di un insieme di persone che è oggi grosso modo il 18% del totale degli esseri umani sul pianeta sarebbe velleitario. Alcuni punti fondamentali, però, possono essere sottolineati per capire che cosa sia oggi l’India guidata dal suo carismatico primo ministro, Narendra Modi.
Tardi al tavolo della globalizzazione
Al riguardo conviene partire banalmente in ordine cronologico: dal 1947 al 1991, infatti, la politica economica nazionale, comprensibilmente dominata da esigenze di costruzione della nazione e di costruzione di infrastrutture di base (in senso lato), ha assunto contorni molto lontani da ciò che oggi definiremmo capitalismo. I diversi primi ministri che si sono succeduti a partire da Nehru hanno infatti creato un sistema fortemente statalizzato, in cui praticamente ogni impresa e ogni banca di dimensioni rilevanti erano in mano pubblica. Non solo: per avviare un’azienda privata era necessario districarsi in un sistema assurdamente complesso bloccato da dozzine di permessi in mano ad agenzie non delle più efficienti: i cosiddetti Raj delle licenze. Inoltre, mentre intere filiere produttive cominciavano a essere spostate in Estremo oriente, l’India perseguiva la classica strategia di sostituzione delle importazioni, caratterizzata da un forte focus sull’autosufficienza produttiva da raggiungere attraverso un elevatissimo protezionismo.
Ancora negli anni ‘80, i dazi applicati sui beni intermedi raggiungevano in media il 123%. In pratica, per oltre 40 anni è stata perseguita una sorta di via nazionale al socialismo, coerente peraltro con il posizionamento intermedio fra Usa e Urss della politica estera locale. Questo approccio diffidente nei confronti di un sistema percepito come dominato dall’Occidente (una sfiducia in parte comprensibile, dopo quasi un secolo di brutale colonialismo britannico che ha lasciato il sub-continente in condizioni penose) ha prodotto risultati pessimi dal punto di vista della crescita economica. Nei 30 anni che vanno dal 1950 al 1980, infatti, il Pil è aumentato intorno al 3,5% annuo, un valore modestissimo alla luce del robusto incremento demografico dell’epoca. Per fare un esempio, nel 1990 il livello di Pil pro capite nominale della Corea del Sud aveva raggiunto una cifra 20 volte superiore al dato indiano, mentre lo scarto era solo di due nel 1947. Di conseguenza, è passata alla storia la definizione dell’economista Raj Khrisna, che parlava di tasso di crescita Indù a indicare un’economia che mostrava sì alcuni miglioramenti sul lungo periodo, ma con una lentezza esasperante.
Una nazione, dunque, che non sembrava all’epoca tenere il passo con le tigri del Far East, pur avendo registrato diversi significativi progressi nell’ambito dello sviluppo umano e costruito un tessuto industriale di base. Il quadro prese però ad aggravarsi negli anni ‘80, periodo in cui l’intero sistema mondiale iniziò ad accelerare verso un assetto che oggi definiamo come globalizzazione. Durante quella fase l’India si trovò ad affrontare un sistematico peggioramento della propria bilancia dei pagamenti e un significativo aumento del debito pubblico. Fenomeni peraltro tipici di economie in via di sviluppo che tentano di perseguire modelli più o meno autarchici. Il deterioramento proseguì fino al 1991, anno in cui il disavanzo delle finanze federali toccò l’8% del Pil, l’inflazione raggiunse il territorio della doppia cifra, mentre le riserve in valuta estera sprofondarono intorno a 6 miliardi di dollari: un totale a malapena sufficiente a coprire due settimane di importazioni.
Il salto nel secolo asiatico
Il rischio di un collasso economico portò però a un punto di svolta che in buona parte segnò la fine della vecchia India e la nascita della rampante potenza tecnologica e finanziaria di oggi, oltre che l’avvento di un nuovo attore di primo piano in quello che è stato definito il secolo asiatico. Con questa espressione viene indicato lo spostamento verso Oriente del baricentro dell’economia mondiale. La rivoluzione vide la sua incarnazione in un nuovo primo ministro, Narasimha Rao, il quale assegnò il ruolo di ministro delle finanze a un rispettatissimo economista: Manmohan Singh. Quest’ultimo pronunciò il 24 luglio del 1991 un famoso discorso in cui annunciava un gigantesco e dirompente piano sintetizzato nella sigla Lpg: liberalizzazioni, privatizzazioni, globalizzazione. Il Paese, dunque, entrava di colpo nel paradigma dominante. Come primo provvedimento, allo scopo di favorire le esportazioni, fu fatta una svalutazione del 20% della rupia, che abbassava, inoltre, le tariffe in quasi tutti i settori, e furono ridotti da 17 a tre i comparti produttivi riservati al monopolio pubblico.
I risultati furono dirompenti e marcarono l’inizio di quella che è stata considerata una sorta di età dell’oro indiana, che si è protratta fino alla Grande crisi finanziaria del 2008. Il tasso di crescita Indù, infatti, lasciò il passo a un quindicennio, protrattosi fino al 2006, di aumenti del prodotto interno lordo pari, in media, al 6,5% all’anno. Nel 2005, inoltre, lo stock totale degli investimenti esteri diretti risultava in aumento del 317% rispetto al 1992. A trainare lo sviluppo in particolare era stata l’esplosione del comparto dei servizi informatici, diventato il fiore all’occhiello del Paese.
Un ventennio fa, dunque, l’India si trovò a essere pienamente ammessa nel novero delle grandi economie emergenti, anche se cominciava ad apparire evidente un crescente gap con una Cina impegnata in una mostruosa ascesa industriale e tecnologica. Il difficile lustro che va dalla recessione globale fino all’avvento al potere di Modi nel 2014 rese evidenti i limiti, a oggi non ancora superati del tutto, del modello locale. La bilancia dei pagamenti, infatti, continuava a essere saldamente in territorio negativo, la competitività manifatturiera era limitata e ampie fasce rurali si trovavano ancora a vivere in condizioni di marcata indigenza, lontanissime dallo splendore dei nuovi quartieri delle metropoli protagoniste dell’economia dei servizi. A un certo punto, una dozzina di anni fa, alcuni analisti di Morgan Stanley elaborarono l’espressione “Fragile five” per indicare cinque grandi realtà emergenti in evidente difficoltà: fra esse (oltre a Brasile, Indonesia, Sudafrica e Turchia) rientrava anche l’India.
La sfida indù
Non sorprendentemente, il Bharatiya Janata Party (Bjp), il partito nazionalista indù guidato dall’attuale Premier, vinse con ampio margine le elezioni del 2014, promettendo, letteralmente, il ritorno di “Acche din”, ossia tempi di benessere. La visione economica portata avanti in questi anni per certi versi riprende le ambizioni degli anni ‘90, con una forte enfasi sulle liberalizzazioni, la digitalizzazione di ogni aspetto della società (un obiettivo a volte perseguito con metodi piuttosto controversi), faraonici piani in ambito infrastrutturale e la definitiva ascesa manifatturiera nazionale. Sicuramente la classe politica dell’India contemporanea ha colto con grande fiuto lo scoppio della crisi del modello di globalizzazione sino-centrico, cercando di posizionarsi come alternativa produttiva a un Dragone percepito sempre più come un competitor ostile. A ciò si è accompagnata una visione culturale incentrata su un robusto nazionalismo, articolatosi nel sostegno dato all’induismo e all’uso della lingua hindi. Queste scelte appaiono una risposta al centralismo autoritario ed efficientista cinese.
Indubbiamente, la maggior parte dei dati hanno dato finora ragione ai governi del Bjp, nel frattempo costantemente riconfermatosi al potere. Nonostante il Covid abbia colpito in maniera spaventosa in questa parte del mondo, il Pil ha continuato ad aumentare a una media superiore al 6% annuo. Nel frattempo, il mercato azionario locale ha messo a segno nell’ultimo quinquennio le migliori performance di tutto l’universo Em, Taiwan a parte. Qualunque cosa si possa pensare di Modi e dei suoi collaboratori, è innegabile che i progressi sono stati notevolissimi.
Nonostante l’India non sia oggi neppure vagamente paragonabile al mix di quasi socialismo e miseria rurale del 1990, le sfide rimangono però moltissime. Innanzitutto, la produzione industriale è sì aumentata, ma non certo in una misura paragonabile a quanto visto nella Cina post-entrata nel Wto. Nei 25 anni che vanno dal 1999 al 2024, infatti, la forza lavoro impiegata nella manifattura ha continuato a muoversi tra il 10% e il 13% del totale, con la quota di Pil generata da questa classe di lavoratori costantemente oscillante nella fascia fra il 15% e il 17%. Viene peraltro stimata la necessità di creare circa 16 milioni di nuovi posti di lavoro ogni anno per mantenere l’attuale passo dell’espansione. In particolare, molto rimane da fare per quanto riguarda l’occupazione femminile, inferiore a quanto registrato in molte altre realtà in via di sviluppo. Infine, entro pochi decenni, dato il basso tasso di nascite (già a livelli disastrosi in diversi stati altamente urbanizzati), il dividendo demografico rischia di esaurirsi.
L’India, dunque, corre: anche se in maniera a volte contraddittoria e discutibile, l’atavico immobilismo è stato lasciato alle spalle. Resta da capire se il definitivo salto verso lo status di vera e propria potenza mondiale sia imminente. Nel caso la risposta sia positiva, il secolo asiatico si arricchirebbe di un nuovo gigante. Se i vizi del passato non fossero del tutto eliminati, si correrebbe il rischio di andare incontro a un caso da manuale, e su scala inusitata, di quella che viene comunemente definita come “trappola del medio reddito”.


