Un difficile decollo
I dati sull’andamento del mercato italiano di venture capital, private equity (Pe) e infrastrutture presentano un insieme di luci e ombre che riflettono in maniera accurata la realtà della difficile transizione economica del nostro Paese di questi anni. Vale la pena partire da alcuni numeri di grande interesse: attualmente in Italia ci sono 1.400 aziende che vedono la partecipazione di fondi di Pe e altre 1.200 che hanno operatori del venture capital nel proprio azionariato. Queste realtà generano un totale di 170 miliardi di euro di fatturato e contribuiscono alla creazione di circa 700 mila posti di lavoro. Vale quindi la pena inquadrare queste cifre nel mare magnum della nostra economia: considerando che il Pil nazionale ha superato di poco 2.300 miliardi di euro nel 2025, le società in questione hanno fornito più del 7% dell’output totale. Nello stesso periodo in Italia risultavano 24,2 milioni di persone occupate: anche in questo caso si ha un contributo intorno al 7% del totale. Non si tratta più, dunque, di un fenomeno di nicchia, bensì di una fonte importantissima di capitale in un sistema caratterizzato da una marcata prevalenza delle Pmi, che peraltro hanno dovuto affrontare una difficile ristrutturazione delle loro fonti di finanziamento nell’era post-Basilea 3.
Una modernizzazione incredibile
Una modernizzazione per certi versi incredibile che, in mezzo a mille contraddizioni, sta proseguendo nel difficile quadro macroeconomico attuale. Per meglio inquadrare l’argomento trattato, conviene partire dai dati della raccolta, sintetizzati dall’Aifi (Associazione italiana del private equity, venture capital e private debt) in un report di recente pubblicazione: nel 2025 il totale è stato pari a 3.570 milioni di euro, in calo del 46% rispetto ai 6.673 del 2024. Il numero è ancora peggiore (-52%), se ci si concentra sulla raccolta indipendente, al netto dunque dei fondi captive. In particolare, la composizione delle fonti della nuova liquidità presenta un profilo indicativo: sono scomparsi i fondi sovrani che nel 2024 avevano contribuito per il 6,4% del totale, così come sono diminuiti in maniera brutale, sia in assoluto, sia in termini relativi, i capitali versati dalle assicurazioni. Ascrivibile a questi ultimi soggetti è stato il 2,7% delle cifre complessive, mentre l’anno precedente il dato equivalente era il 9,2%. In compenso gli investitori individuali, soprattutto tramite family office, sono saliti dal 4,9% all’11,7%, i fondi di fondi private dal 9,7% al 12,3%, mentre i soggetti industriali sono passati dall’1,2% al 4,4%.
A questo punto si evidenzia una ritirata dei grandi portafogli da questa asset class nel nostro Paese, anche se tutta l’Europa ha registrato una diminuzione significativa (-17%), sebbene in maniera meno pesante rispetto a noi. Non si tratta certo di un fenomeno sorprendente: come si vedrà, il rallentamento si è avuto soprattutto nella seconda metà dell’anno scorso, quando l’intera economia dell’Eurozona è tornata a balbettare in seguito al varo delle tariffe statunitensi. In un simile contesto di avversione al rischio è abbastanza scontato che un mercato relativamente periferico come quello italiano venga maggiormente impattato. Dall’altro lato, continua ad aumentare l’interesse da parte del nostro tessuto di risparmiatori e imprenditori nei confronti del sistema produttivo nazionale, con una particolare enfasi per le piccole e medie imprese.
Un calo meno drammatico
L’evoluzione in corso viene confermata se si guarda agli investimenti nei 12 mesi terminati lo scorso 31 dicembre. In questo caso, si è avuto un calo meno drammatico: -22%, per un totale di 11.621 milioni. Quest’ultimo ammontare va poi suddiviso fra i 1.349 ascrivibili al venture capital (+46%, di cui il 56% forniti da soggetti della Penisola), i 7.221 del Pe (-7,6%, includendo operazioni secondarie e turnaround) e, infine, i 3.040 delle infrastrutture (-50,7%). È stata, dunque, quest’ultima nicchia a determinare in massima parte il declino complessivo dei nuovi impieghi. Francesco Giordano, partner di PwC Italia, che ha curato insieme all’Aifi la ricerca, sottolinea che in particolare il secondo semestre del 2025 ha visto un calo degli investimenti del 42%. Si conferma, così, il profilo di deterioramento del ciclo economico visto nei trimestri precedenti. In particolare, proprio i buy-out aziendali di grandi dimensioni e i deal infrastrutturali hanno registrato un crollo nel terzo e quarto trimestre. È da notare he quest’ultimo segmento è stato caratterizzato da un predominio quasi assoluto (93%) del capitale straniero
Startup e ristrutturazione industriale
Se si osservano le operazioni totali, si trova che esse sono salite del 21%, toccando quota 887. In termini di pura quantità, la parte del leone l’ha fatta il venture capital con 568 transazioni, in rialzo del 30% rispetto al 2024. I buy-out a livello complessivo hanno impegnato 6.246 milioni, in calo del 4% su base annuale, nonostante un aumento delle operazioni del 14%. Queste ultime hanno toccato quota 210. Non sorprende, dunque, di trovare in quest’ambito parole di soddisfazione pronunciate da Innocenzo Cipolletta, presidente dell’Aifi: «Nel corso del 2025 abbiamo assistito a un crescita della finanza per le Pmi che hanno realizzato il migliore risultato di sempre con 6,5 miliardi di investimenti; si vede un incremento dell’ammontare destinato al venture capital con 1,3 miliardi e nell’expansion che ha attratto 792 milioni di euro».
Il profilo, poi, si arricchisce se si analizza dove e in quali settori i soldi sono affluiti. Per quanto riguarda il venture capital, il 39% delle operazioni ha avuto come oggetto aziende del settore tecnologico, seguito dal comparto medicale (13%) e dalle biotecnologie (12%). È interessante notare che i player domestici hanno fornito a questo segmento il 56% del totale a fronte del 72% dei deal. Se ci si sposta nel private equity, si scopre che il 27% degli investimenti è stato concluso nell’ambito dei beni e servizi industriali. In seconda posizione troviamo il manifatturiero (20%) e in terza il medicale (12%). Nei buy-out il grosso della liquidità, specificatamente il 72%., è stato fornito da soggetti stranieri, che però sono stati gli acquirenti nel 48% dei casi.
Soprattutto gli istituzionali stranieri
Il messaggio che si può estrapolare è dunque estremamente chiaro: gli investimenti di maggiori dimensioni sono appannaggio soprattutto di istituzionali stranieri, che attualmente sono in una fase di attendismo e difficilmente, con i chiari di luna provenienti dal Medio Oriente, si vedranno dei miglioramenti sul breve periodo. Peraltro, i cosiddetti mega-deal nel nostro Paese partono da 300 milioni di euro in su, una soglia estremamente bassa non solo rispetto agli Stati Uniti, ma anche al resto d’Europa. Contemporaneamente, però, prosegue la ristrutturazione, l’aggregazione e il passaggio generazionale delle eccellenze della nostra industria, cui si sta affiancando un insieme di piccole startup tutt’altro che irrilevante. Anche la divisione geografica delle operazioni concluse nel 2025 conferma la tesi esposta: la Lombardia ha intercettato il 47% dei deal, mentre il Veneto si è posizionato sul secondo gradino del podio con il 16%: in pratica il cuore manifatturiero e tecnologico della Nazione.
Un sistema forse troppo insulare
Se ci si sposta poi ad analizzare quanto è successo nel campo dei disinvestimenti, viene aggiunto un ulteriore mattoncino a un quadro strutturale del tutto coerente. Le vendite di partecipazioni sono risultate di 4.661 milioni, un ammontare in calo del 19% rispetto del 2024. Inoltre, sono state registrate in questo punto della filiera 184 operazioni, +17% rispetto ai 12 mesi precedenti. Inoltre, altro elemento sicuramente interessante, la maggioranza relativa delle operazioni (specificatamente il 37%) ha visto come acquirente un soggetto industriale. Ancora una volta l’Italia si presenta come una terra in cui gli istituzionali di peso fanno abbastanza fatica a investire, ma in cui i piccoli hanno costruito un paradigma circolare e quasi autosufficiente. Va usata la parola quasi, perché, per quanto i progressi dell’intelaiatura finanziaria e del grado di sofisticazione dei risparmiatori della Penisola siano stati reali, grazie anche a un notevole lavoro da parte dei protagonisti del private banking, le nuvole all’orizzonte non sono poche. Infatti, il numero di nuove quotazioni in borsa a Milano rimane modesto, così come il mercato secondario del private equity; tuttavia, c’è una crescente quota di continuation fund, ossia di veicoli di investimento creato dai general partner di Pe per trasferire uno o più asset da un fondo in scadenza, prolungandone la gestione.
A tutto ciò si unisce una raccolta di nuovi capitali che rischia di rimanere tenue per un periodo non eccessivamente breve: purtroppo non si potrà crescere per sempre in un regime di semiautarchia incentrato sul piccolo è bello.


