Un marchio più forte di una nazione?

Stéphane Vacher, Responsabile Comunicazione Private Gruppo Credem

Sono sempre stato molto colpito dal gap che esiste tra la percezione dell’Italia all’estero e l’immagine che abbiamo, noi italiani, di noi stessi. Quando viaggiamo fuori dai nostri confini, alla tradizionale domanda “where are you from?” è impressionante vedere illuminarsi gli occhi del nostro interlocutore quando rispondiamo “Italia… Italy!”, con uno sguardo che mescola simpatia, ammirazione e anche un poco di invidia. Quando torniamo a casa, invece, spesso ricadiamo nell’autocommiserazione, nel disfattismo e nelle considerazioni fataliste che molte cose non saranno mai possibili perché “qui siamo in Italia…”. 

Siamo diventati un marchio prima ancora di diventare una vera nazione, unita dalla responsabilità delle proprie scelte, dal senso civico e dall’entusiasmo di condividere un destino collettivo? Probabilmente sì, ma in molte occasioni, dai trionfi sportivi alla celebrazione dei nostri talenti in ambiti così diversi come la cucina d’eccellenza di Enrico Bartolini, la moda o l’industria agro-alimentare, siamo in grado di vincere partite non scontate. È proprio partendo da questo paradosso che abbiamo costruito questo nuovo numero di Be Private che si apre con l’invito di Nazzareno Gregori ad amare l’Italia che vince e che ha oggi un’occasione storica per vivere un nuovo “miracolo italiano”. 

Certo, non possiamo ignorare le debolezze strutturali e ancora le molte incognite lungo il percorso di rinnovamento sostenuto dal Pnrr, come ci spiega Boris Secciani nel suo articolo, e il tessuto delle nostre imprese, molto concentrato in aziende di piccole dimensioni, dovrà essere rafforzato aprendosi anche a capitali privati. Ma, come ci racconta Giorgio Arfaras, questa è una conditio sine qua non per uscire dal nanismo economico nel quale ci troviamo troppo spesso relegati nella competizione economica internazionale. 

Il mercato azionario italiano offre oggi prospettive che lo colloca tra le migliori piazze finanziarie al mondo, come illustra Gilles Guibout, ed è già fortemente orientato alla valorizzazione di logiche di sostenibilità sociale e ambientale, come si scopre ascoltando Alberto Chiandetti. 

A fare la differenza sono spesso storie imprenditoriali straordinarie, come quella della liquirizia Amarelli, che porta una radice povera calabrese nelle vetrine più raffinate della 5th Avenue o le penne stilografiche Aurora, che si apprestano a celebrare 200 anni di storia di artigianalità e valorizzazione dei talenti del suo territorio. 

Sono tanti, oggi, i settori dove l’Italia può vantare una leadership qualitativa, ma per fare il salto di qualità al quale tutti aspiriamo ci sono due ingredienti irrinunciabili: la motivazione, che rappresenta un fattore decisivo nel raggiungere traguardi vittoriosi, come spiega Max Monaco, e la valorizzazione dei nostri giovani talenti che è proprio ciò di cui si occupa, ogni giorno, la producer Marta Donà. 

Un viaggio nell’Italia del 2021. Un piccolo “Grand Tour” di un Paese che oggi sorprende molti sul palcoscenico internazionale. Per la sua capacità di rinascere nei momenti più difficili e di farsi amare, nonostante i suoi difetti. Un Paese che non si accontenta di rappresentare un punto di riferimento per lo stile, la qualità di vita e le sue eccellenze artigianali. Ma vuole oggi vincere le nuove sfide della modernità. Di una modernità sostenibile che è il nostro unico futuro possibile.  

Stéphane Vacher

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